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Crac da 400 milioni, trema il mondo Bitcoin

NEW YORK — Il furto, se mai c’è stato, vale 400 milioni di dollari. Ma nessuno sa bene dove cercare la refurtiva. Come si rubano, e dove si mettono, 750.000 monete “virtuali”? Di sicuro c’è invece una bancarotta. E’ fallita Mt. Gox, che era stata una delle più importanti Borse mondiali per lo scambio dei Bitcoin. E ora gli appassionati di queste monete digitali scoprono dolorosamente uno dei loro svantaggi: non essendo regolate da alcuna autorità monetaria, le Bitcoin non hanno alle spalle un prestatore di ultima istanza. Chi perde i soldi investiti non può sperare nell’intervento riparatore di una banca centrale, né in un’assicurazione sui depositi come quella che rimborsa i correntisti di una banca fallita. Se Bitcoin è una moneta eterea, le regole che la governano sono addirittura dei fantasmi.
Naturalmente i fan di questa contro-moneta ora alimentano svariate teorie del complotto. Puntano il dito contro l’indagine della Procura federale di Manhattan, che poche settimane fa aveva incriminato Mt. Gox chiedendo il sequestro giudiziario di diversi documenti relativi al funzionamento di quella Borsa. Che peraltro non aveva la sua sede a New York bensì a Tokyo, se si può parlare di “sede” per una Borsa che ha sempre lavorato su transazioni di una valuta virtuale, quindi nel cyber- spazio. Ma ancora non è chiaro dalle prime ricostruzioni dei fatti, che cosa abbia scatenato il crac e la chiusura di Mt. Gox. E’ stata l’indagine giudiziaria, a precipitare gli eventi, oppure quella misteriosa scomparsa di 750.000 Bitcoin del valore di circa 400 milioni? Tutto è avvolto nel mistero. Il mistero, è anche nel nome di Mt. Gox. Abbreviato così, per un americano sarebbe Mountain Gox, montagna difficile da reperire su una carta geografica. Invece sta per le iniziali di Magic The Gathering Online Exchange, dal nome di un gioco di carte online che fu il primo business di quella Borsa. La sede a Tokyo evoca un altro mistero dei Bitcoin e cioè il nome giapponese del creatore di questa moneta, Satoshi Nakamoto: più probabilmente è lo pseudonimo di un collettivo di hacker che progettarono la valuta virtuale nel 2008 e la lanciarono operativamente nel 2009. Da allora lo sviluppo dei Bitcoin è stato fenomenale. Trainato da due fattori. Da una parte la sfiducia nelle banche centrali e nelle monete tradizionali, alimentata anche dal “quantitative easing” e cioè dalla politica della Federal Reserve americana che ha stampato oltre 4.000 miliardi di dollari per pompare liquidità nell’economia (senza però scatenare quell’iperinflazione temuta dai rigoristi). D’altra parte a favore di Bitcoin ha giocato la voglia della Silicon Valley di credere in un futuro “tutto digitale”, dove ciascuna attività umana sarà rivoluzionata come lo è stata la comunicazione, l’informazione, il commercio. Dunque, perché la moneta dovrebbe restare appannaggio delle banche centrali, laddove il commercio ha visto l’irruzione di Ebay e Amazon, l’informazione ha visto dilagare il ruolo di Google, la musica è finita su Apple, la socialità si svolge su Facebook? Non a caso, proprio nella Silicon Valley apparvero i primi esercizi commerciali disposti ad accettare Bitcoin invece dei dollari, per saldare il conto di birre e Martini.
Il trading in Borsa di Bitcoin è sempre stato caratterizzato da una volatilità estrema: nel corso del 2013, per esempio, il valore espresso in dollari di un Bitcoin ha avuto un minimo a quota 13 e un massimo (fine novembre) a 1.300 dollari. Chi userebbe una moneta così instabile come mezzo di pagamento del proprio stipendio, pensione o come deposito del valore dei risparmi? Ma Bitcoin affascina per la sua genesi “open source” che piace alla cultura libertaria degli hacker: a differenza di una moneta come euro o dollaro il cui conio è un monopolio, a creare Bitcoin può concorrere chiunque padroneggi l’algoritmo matematico che è la chiave del suo codice software. Tra i suoi sostenitori celebri ci sono i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, immortalati nel film “Social Network”, i soci originari di Mark Zuckerberg alla creazione di Facebook. Il successo di Bitcoin ha costretto la Federal Reserve a studiare il fenomeno, e il Congresso di Washington a tenere audizioni sui problemi di controllo e di trasparenza. Alcuni siti che usavano Bitcoin sono stati incriminati per riciclaggio e traffico di droga. Ora sono le autorità di Tokyo a interrogarsi sul crac di Mt. Gox, fenomeno inedito per il quale non valgono i manuali tradizionali del banchiere centrale.

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