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Crac bancario, sui salvataggi lo Stato si chiama fuori gioco

Pantalone non paga più. Dopo che gli Stati europei hanno messo a rischio la tenuta dei propri conti per salvare gli istituti di credito travolti dalla crisi iniziata in ambito finanziario, si è deciso di cambiare marcia. Nei giorni scorsi il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha sottolineato che i cittadini italiani hanno il diritto di sapere cosa è stato deciso in sede europea. Il riferimento è al bail-in, meccanismo in virtù del quale i prossimi fallimenti bancari chiameranno in causa in primo luogo gli azionisti e i clienti degli istituti, con lo Stato che potrà entrare in gioco solo in un secondo momento.

Calano le tutele per i correntisti. Per quanto riguarda i correntisti, resta ferma la garanzia del Fondo interbancario di tutela dei depositi, che tuttavia garantisce le somme solo fino a 100 mila euro. Coloro che hanno depositi maggiori, così come gli azionisti delle banche (che magari hanno acquistato il titolo su consiglio dello sportellista), devono essere consapevoli di andare incontro a rischi, fino all’8% delle passività totali dell’istituto. Lo scopo della norma è di evitare che a pagare siano tutti i contribuenti. Visco ha chiamato in causa in primo luogo le banche, invitandole ad «adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori». In sostanza, occorre informare i correntisti e i soci affinché ogni loro scelta risulti consapevole.

 

Un percorso lungo due anni. L’accordo sul bail-in è stato firmato a livello europeo nel giugno del 2013, all’indomani del salvataggio di Cipro. Inizialmente si era parlato di «soluzione straordinaria» per salvare l’Isola, ma nei fatti l’Ecofin (il consiglio europeo di economia e finanza) ha deciso di farne un modello per le crisi a venire. Che non possono essere escluse a priori, a considerare le difficoltà che ancora caratterizzano il sistema bancario dell’Eurozona.

L’Unione europea ha quindi adottato la direttiva «Banking Recovery and Resolution» (2014/59/Ue), che è entrata in vigore (in grandissima parte) il 1° gennaio scorso. Un cambio di rotta evidente anche a livello semantico rispetto al bail-out in voga fino a quel momento, meccanismo in base al quale era lo Stato a intervenire in caso di difficoltà. Detto della mancanza di garanzie per i detentori di depositi bancari superiori ai 100 mila euro, resta invece la tutela per i possessori di obbligazioni garantite (quelle ordinarie sono escluse), nonché per le pensioni e gli stipendi dei dipendenti bancari. L’accordo prevede anche che ciascuno Stato aderente sia chiamato a istituire un fondo nazionale, che nell’arco di dieci anni, dovrà raggiungere un livello pari ad almeno lo 0,8% dei depositi garantiti tutte le istituzioni creditizie del Paese, utilizzandolo per il 5% degli attivi. Se la protezione del fondo nazionale non fosse sufficiente, la banca potrà prendere un prestito dal governo, che dovrà essere ripagato con il denaro generato dallo stesso istituto.

Solo se vi saranno esigenze straordinarie, per esempio il rischio di instabilità finanziaria riconosciuto anche dalla Commissione europea, il governo nazionale potrà decidere di utilizzare il denaro dei contribuenti per proteggere i depositanti.

 

L’Austria è pronta a partire. La prima applicazione concreta del nuovo schema di salvataggio delle banche si avrà in Austria, Paese che si è trovato ad affrontare le difficoltà della bank di Hypo Alpe Adria. Il governo nazionale ha deciso che, a partire dal 1° luglio prossimo, se una banca austriaca fallirà sarà chi ha depositato i propri risparmi ad accollarsi il problema.

E l’Italia? Il sistema bancario della Penisola negli ultimi due anni ha lavorato intensamente per ripulire i bilanci, svalutando i crediti di difficile esigibilità, e ha rafforzato i patrimoni con una serie di aumenti di capitale. Nonostante ciò, le classifiche europee ci pongono al quarto posto, dopo Grecia, Portogallo e Spagna, per livello di rischio. Se la passano poco meglio la Francia e l’Irlanda, mentre i Paesi più sicuri sono la Svizzera e la Germania.

Al di là dell’eventualità di nuovi fallimenti, il nuovo meccanismo di risoluzione della crisi bancarie avrà effetti immediati sulle strategie delle banche. Lo stesso Visco ha auspicato che gli istituti di credito mettano da parte consistenti accantonamenti per fronteggiare eventuali difficoltà. Una prospettiva che, combinata alle altre regole stringenti adottate nell’ambito del percorso verso l’unione bancaria, rischia di limitare le concessioni di credito all’economia reale. Di fatto, annacquando gli sforzi della Bce per riportare liquidità nel sistema.

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