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Il Covid fa tremare i mercati Borse europee ai livelli di maggio

Un film già visto. Petrolio giù. Borse al tappeto, capitali messi al riparo verso dollaro, yen e Bund tedesco. Con l’oro (in forte calo sotto 1.900 dollari) sempre meno bene rifugio e sempre più asset agganciato ai tassi reali, in sofferenza quando il biglietto verde si rafforza. Il tutto condito da un’impennata della volatilità con l’indice Vix (ovvero quanto costa assicurarsi da cali delle società a Wall Street) balzato nell’ultima seduta di quasi il 20%, con picchi superiori a 40 punti, il triplo rispetto ai livelli di normalità.

Gli strumenti finanziari si sono mossi in modo armonico, a tratti scontato, nelle ultime ventiquattr’ore: quelle in cui gli investitori hanno iniziato senza più alibi a scontare uno scenario da lockdown. Il secondo di questo 2020 che tutti vorrebbero mettersi alle spalle. Ma che è ancora lungo. Mentre si avvicinano le elezioni statunitensi – che di per sé portano statisticamente il proprio apporto di volatilità e quest’anno più che mai considerati gli elevati rischi di contenzioso e riconteggi – i mercati hanno smesso di credere all’idea di lockdown leggeri o parziali propendendo verso misure più rigide, già da novembre, per provare a preservare la naturale spinta dei consumi delle famiglie a Natale, che solo in Italia valgono circa 25 miliardi di euro. Tra i singoli Paesi Francia e Germania sembrano al momento quelli più vicini a introdurre una nuova chiusura di bar, ristoranti, centri sportivi, teatri e cinema, uniti al divieto generale di assembramenti e manifestazioni pubbliche (potrebbero essere risparmiati asili e scuole). Ma è chiaro che in queste situazioni di profonda incertezza, il nemico numero uno per un investitore, non si va per il sottile e si guarda al peggio, al “worst scenario” da cui proteggere i propri investimenti. E così ieri le Borse europee hanno vissuto la peggiore seduta dal 21 settembre, con i principali indici tornati di colpo ai livelli di fine maggio: l’indice Eurostoxx 50 ha perso il 3,6%. Le blue chips a Piazza Affari hanno ceduto il 4%, peggio ancora le big di Francoforte (-4,2%). Tra i settori più colpiti auto (-4,8%), energetici e banche (-3,5%), insieme ai trasporti (-2,8%).

Forti vendite anche a Wall Street con l’S&P 500 in calo di oltre due punti percentuali. Per larghi tratti della seduta ha fatto addirittura peggio il Nasdaq, che è arrivato a cedere oltre tre punti percentuali. La flessione dell’indice tecnologico ha un po’ stupito perché spesso in questo 2020 pandemico si è rivelato paradossalmente un paniere difensivo, considerato che tra le 100 società che lo compongono molte hanno dimostrato di avere business resilienti alla pandemia (come l’e-commerce o il remote working).

L’avversione al rischio ha spinto i flussi verso il dollaro, che nonostante un deficit Usa vicino al 20% e un debito pubblico che va verso il 135% del Pil, continua ad essere considerato il bene rifugio di ultima istanza. Il Dollar index si è rafforzato in una sola seduta dello 0,6%, riportandosi ampiamente sopra i 93 punti e avvicinandosi alla soglia dei 95 punti che secondo gli amanti dell’analisi tecnica rappresenta una resistenza importante, oltre la quale ci sarebbe ancora spazio di salita. Siamo ancora lontani dai 103,5 punti raggiunti lo scorso 15 marzo, il picco più acuto della prima ondata di crisi finanziaria legata al Covid. In scia, quarto calo consecutivo per l’euro sulla valuta Usa; il cross è sceso sotto 1,18 dollari e la soglia di 1,2 sfiorata ad agosto sembra allontanarsi perlomeno nel breve periodo.

In questo clima da risk-off non ha aiutato il crollo del petrolio (un ribasso intorno al 6% ha spinto il Wti sotto 38 dollari e il Brent sotto 39 dollari al barile). In generale è stata una seduta complicata per tutte le materie prime. L’indice Crb, che sintetizza l’andamento delle più significative, ha ceduto quasi tre punti percentuali, scivolando da 151 a 146 punti. C’è ancora tanta distanza dai minimi del 21 aprile a 104 punti, ma di certo nelle prossime sedute le valutazioni di questo indice – più agganciato all’economia reale rispetto alle Borse, che invece sono inflazionate dalla liquidità delle banche centrali e quindi meno rappresentative delle aspettative economiche – saranno tenute sotto stretta osservazione dagli investitori più acuti.

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