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Covid, tra sanità e scuola sempre più liti Stato-Regioni

Tra Stato e Regioni i rapporti da sempre non sono idilliaci, ma mai come in questi ultimi mesi si è avuto prova del continuo scontro sulle rispettive competenze. Un braccio di ferro su sanità, scuola, attività produttive e circolazione delle persone reso ancora più teso dalla drammatica situazione dell’emergenza sanitaria. Ci sono due indicatori a segnalarlo: da una parte, i ricorsi che continuano ad arrivare sui tavoli della Corte costituzionale e che in venti anni di riforma del Titolo V della Carta si sono mantenuti su livelli significativi, per quanto altalenanti, andando raramente sotto i cento all’anno; dall’altra, il contenzioso che in questi mesi si è generato davanti ai Tar, chiamati a dirimere gli effetti prodotti dalle ordinanze dei governatori o dai Dpcm statali.

La controriforma

Il caos attuale è addebitabile allo scarso dialogo tra Roma e i territori e al ginepraio di poteri tra lo Stato e le Regioni partorito dalla riforma del Titolo V del 2001, con la creazione delle «competenze concorrenti» nelle quali lo spazio d’azione è in condominio tra il Governo e le Regioni. Un quadro complicato in questi ultimi mesi dall’urgenza di aggredire la pandemia, a cui si aggiunge l’insofferenza, talvolta condita da protagonismo, nei confronti delle misure statali da parte di diversi governatori.

Di fondo, però, c’è il nodo della riforma di venti anni fa. Tant’è che anche di recente ha ripreso vigore l’idea di rimetterci mano. A inizio novembre c’è stato anche l’endorsement di Roberto Fico, presidente della Camera e terza carica dello Stato, nonché figura di punta del Movimento 5Stelle. Anche nei partiti della maggioranza se ne è parlato ed è riapparsa la proposta della «clausola di supremazia», che darebbe allo Stato il potere di legiferare anche su materie non di propria competenza, purché l’intervento sia giustificato dall’interesse nazionale o da situazioni particolari. Come potrebbe essere quella che stiamo vivendo. Però l’ipotesi della controriforma del Titolo V così come era riemersa si è inabissata, anche perché travolta dalle tante priorità anti-pandemia.

La conflittualità davanti alla Corte

Il problema, tuttavia, rimane. L’ultimo e recentissimo esempio è quello della legge della Valle d’Aosta sulla quale la Consulta si è pronunciata in via cautelare giovedì scorso, sospendendone gli effetti (si veda la scheda). Quell’impugnativa proposta dal Governo era una delle 105 presentate lo scorso anno davanti ai giudici costituzionali. Un numero non troppo diverso dai ricorsi del 2019 (117) e superiore al contenzioso del periodo 2016-2018, quando si è andati sotto le cento cause. Dunque, il termometro della Corte continua a misurare un’alta conflittualità centro-periferia. Semmai, sarebbe da segnalare il fatto che nel 2020 la contrapposizione si è ulteriormente sbilanciata dalla parte dello Stato: da Roma, infatti, sono partite 95 impugnative contro le 10 presentate delle Regioni. Un dato che per quanto analogo a quello del 2018 – 11 ricorsi regionali a fronte, però, di 76 statali – potrebbe aver bisogno di ulteriori elaborazioni e conferme perché riferito all’anno scorso.

Il giudice amministrativo

Non è solo la Corte ad avere il polso del forte dissidio tra Stato e Regioni. Anzi, in questi ultimi mesi sono stati soprattutto i giudici amministrativi a essere chiamati in causa per dirimere le controversie. Lo stesso caso della Valle d’Aosta aveva avuto, prima che il Governo decidesse di sollevare questione di legittimità costituzionale, un prologo davanti al Tar. È, però, la natura degli atti normativi prodotti in questi mesi che spiega come mai siano stati soprattutto i tribunali amministrativi a dover scendere in campo. I governatori, infatti, hanno il più delle volte parlato attraverso ordinanze e tali provvvedimenti devono essere giudicati dai magistrati amministrativi. Stessa sorte per i Dpcm governativi. La Corte costituzionale, invece, decide sulle leggi.

Benché sia soprattutto il contenzioso davanti alla Consulta che misura la conflittualità innescata dal Titolo V, anche le cause presentate in questi mesi ai Tar danno il segno della contrapposizione tra Stato e Regioni. I giudici amministrativi sono, infatti, dovuti intervenire per sbrogliare – sarebbe più corretto dire per sospendere, perché finora si è trattato soprattutto di decisioni cautelari – questioni di compentenze concorrenti: scuola e sanità in primo luogo. Temi che si ritrovano anche nei ricorsi presentati dai privati cittadini (per esempio, comitati di genitori), come è stato per le pronunce dei Tar di Emilia Romagna, Lombardia e Puglia dei giorni scorsi sul rientro a scuola. Anche questi segnali del caos che regna sotto il Titolo V.

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