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Covid, una Pmi su tre in vita grazie all’ossigeno dei prestiti

I prestiti garantiti hanno messo al sicuro il tessuto imprenditoriale italiano dalla crisi di liquidità innescata dai lockdown. Ma ora che – speriamo – si avvicinano le riaperture e la ripresa, essi possono rilevarsi un’arma a doppio taglio. A meno che il governo non riesca a individuare e rendere operativi strumenti di supporto, soprattutto per rafforzare le imprese meritevoli dal punto di vista patrimoniale. Lo stato dell’arte lo ha fotografato in modo molto efficace il rapporto presentato ieri da Mcc, che gestisce il fondo di garanzia per le Pmi, e da Svimez e basato sull’elaborazione dei dati sui prestiti garantiti erogati dal fondo alla luce della tassonomia elaborata dal G30. Il documento è stato illustrato ieri alla presenza del ministro per lo Sviluppo economico, dei vertici di Mcc , di Svimez e dalla vice dg di Bankitalia, Alessandra Perrazzelli. L’indagine calcola che da marzo 2020 ad aprile 2021 hanno avuto accesso ai finanziamenti oltre 200 mila imprese con un fatturato di circa un milione di euro (oltre 1,8 milioni domande presentate al 10 aprile, per un controvalore di 153 miliardi). Utilizzando la tassonomia del G30 il report ha suddiviso queste aziende in 5 classi, da quella con un’ottima redditività, bassa esposizione finanziaria e facile accesso al credito fino alle imprese con redditività bassa , basso grado di autonomia finanziaria, forte esposizione finanziaria e poca liquidità. Secondo l’indagine se non ci fossero stati i prestiti garantiti 67mila di imprese, facenti parti delle classi intermedie (redditività buona o discreta ed indebitamento ancora sostenibile) sarebbero scese di categoria e almeno 56 mila sarebbero finite nella classe peggiore. In termini di effetti sui bilanci delle imprese emerge uno scenario impressionante: i ricavi delle vendite e delle prestazioni sarebbero scesi del 9,47%; il valore aggiunto sarebbe diminuito del 14,28%; il Margine operativo lordo del 24,69%; il Reddito operativo si sarebbe contratto del 35,87%; l’utile o perdita di esercizio sarebbe crollato del 72,70%; il totale delle attività sarebbe diminuito del 6 per cento. Il direttore di Svimez, Luca Bianchi, ieri ha definito queste aziende come “imprese zombie”: in buona parte sono concentrate nel settore del terziario, della meccanica, una parte del made in Italy (tessile e abbigliamento). Nella meccanica l’impatto sarebbe stato su quasi 7 mila imprese, nel manifatturiero oltre 12 mila, 4.500 nelle costruzioni, 6.700 nella ristorazione. Cosa sarà di loro quando le misure di supporto saranno ritirate? Secondo Bianchi è auspicabile una selezione settoriale per scegliere gli interventi di supporto, perché la pandemia ha colpito in modo diverso a seconda dei comparti e diversa è la dinamica attesa del fatturato, variabile che incide sulla possibilità o meno di un’attività produttiva di riprendersi.

L’ad di Mcc, Bernardo Mattarella, ha spiegato come la maggiore fragilità delle imprese sia concentrata nel Mezzogiorno. «La distribuzione dei prestiti è piuttosto omogenea rispetto alla presenza della imprese – ha detto -. Anche se nel Mezzogiorno ce ne sono di meno rispetto al totale. Al Sud la percentuale dei finanziamenti attivati è molto inferiore rispetto alle operazioni richieste in altre aree. Questo significa che le imprese non solo sono poche ma sono anche più piccole e chiedono meno finanza. L’analisi dei flussi delle imprese, che avrebbero potuto scendere nella classifica stilata da Svimez, rappresenta un ottimo strumento dal quale partire per fare una selezione delle partite Iva e delle imprese che hanno maggiormente evitato il rischio diventare zombie e sulle quali concentrare l’attenzione per tagliare sulle loro esigenze gli interventi e passare dalla cura alla guarigione», ha detto. Mattarella ha ricordato che il potenziamento del fondo per le Pmi consente anche di portare sotto garanzia prestiti preesistenti, al patto di aggiungere nuova finanza per almeno il 25 per cento. «In media questa nuova finanza è stata pari al 50% del finanziamento precedente», ha chiosato. Mattarella ha spiegato che si sta studiando la proroga delle misure in essere, moratorie e prestiti garantiti, fino a fine dicembre. «Alcune di queste dovrebbero essere mantenute in modo permanente», ha osservato. «La qualità dei finanziamenti garantiti è elevata – ha detto Perrazzelli – l’80% dei prestiti non ha subito deterioramento e sono in posizione in bonis. I prestiti Covid sono stati, peraltro, in larga parte addizionali». Sempre secondo Perrazzelli i finanziamenti hanno sostenuto la crescita del credito bancario: «A fine settembre rappresentavano il 14% dello stock dei prestiti erogati. Per le imprese con esposizione creditizia complessiva al di sotto dei 50 mila euro a, i prestiti Covid ammontavano a circa il 50% dello stock dei crediti concessi».

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