Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il Covid non è scudo automatico

Nessun automatismo. Le norme anti-Covid non escludono di per sé la responsabilità del debitore soltanto perché l’obbligato si adegua alle prescrizioni del lockdown: l’osservanza delle prescrizioni sanitarie va sempre valutata per giustificare l’inadempimento del contratto. E il creditore? Può avvalersi dell’eccezione che gli consente di non pagare la prestazione che non ha ricevuto.

Nella cascata di norme d’emergenza approvate contro l’emergenza da coronavirus, prima dal governo e poi dal parlamento, mancano disposizioni sull’impotenza finanziaria: l’eventuale crisi di liquidità del debitore è un rischio che resta a carico dell’obbligato. Va tuttavia rinegoziato il contratto squilibrato dalle misure di contenimento della pandemia: il giudice deve provvedere secondo equità perché risoluzione e risarcimento non possono essere l’unica forma di tutela. Ma l’intervento sostitutivo scatta solo se dal regolamento negoziale emergono i criteri per ripartire il rischio. Sì all’esecuzione in forma specifica del contratto. È quanto emerge dalla relazione 56/2020, pubblicata dall’ufficio del massimario della Cassazione sulle «Novità normative sostanziali del diritto “emergenziale” anti-Covid 19 in ambito contrattuale e concorsuale».

 

Le norme. Per affrontare la pandemia il governo ha fatto ricorso, tra gli altri, a quattro decreti legge: il primo è il dl n. 9/2020 del 2 marzo, poi c’è il cosiddetto Cura Italia, il terzo è il decreto liquidità e infine il decreto n. 28/2020. Ne risulta «una trama fitta di norme emergenziali e transitorie», rileva l’ufficio diretto dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio, che «ferma le lancette dell’orologio dei rapporti negoziali tendenzialmente per l’anno in corso», in attesa dei tempi migliori (oltre a concedere «moratorie generalizzate» e a sterilizzare alcune norme di diritto societario e concorsuale che sono avvertite come stridenti rispetto alla crisi).

Tuttavia, rileva la relazione, non basta lo sforzo materiale ed economico compiuto per adeguarsi alle prescrizioni sanitarie per escludere la responsabilità del debitore: l’osservanza delle regole, insomma, non configura di default alcuna esimente dall’inadempimento del contratto ma deve essere apprezzata come dato saliente da calare entro il perimetro di una più articolata valutazione da parte del giudice del merito. Non è per esempio esonerato il debitore che è sì frenato dalle misure di contenimento, ma avrebbe potuto adempiere se si fosse adoperato secondo l’ordinaria diligenza e nel rispetto delle prescrizioni antivirus grazie a contromisure non troppo onerose. Idem vale per l’obbligato che resta inerte, non per rispettare i dpcm approvati durante l’emergenza, ma perché teme che l’esecuzione della prestazione possa mettere a repentaglio l’incolumità sua o dei collaboratori: sono infatti irrilevanti le percezioni soggettive, mentre spetta alle autorità e non al singolo debitore valutare i rischi epidemiologici; in tal caso l’inadempimento risulta imputabile in quanto non giustificato dalla causa straordinaria della legislazione anti Covid.

Pesa il principio di vicinanza nel riparto dell’onere della prova. Il carico dell’obbligato è alleggerito nel senso che il giudice del merito non può negare che la necessità di rispettare le prescrizioni sanitarie possa costituire una «causa non imputabile» all’inadempiente. Il debitore, però, deve pur sempre dimostrare che è stato proprio l’ossequio delle norme di contenimento a impedirgli di eseguire la prestazione: il nesso fra l’osservanza delle misure e l’inadempimento va provato e contestualizzato. E attenzione: all’interessato basta documentare che i dpcm hanno vietato o ritardato l’esercizio di un’attività per smarcarsi dall’area della responsabilità, ponendo il rapporto contrattuale in uno stato di peculiare quiescenza. Nessun dubbio, poi, che la prova debba spettare a lui: è il debitore che conosce i dettagli della propria organizzazione interna e gli ostacoli che vi impattano, mentre non si può addossare al creditore la dimostrazione di circostanze avulse rispetto alla relativa sfera d’azione. Insomma: non si può pretendere che sia il creditore a documentare che l’adempimento sarebbe stato possibile nonostante il lockdown.

Al creditore, poi, si deve riconoscere la facoltà di ricorrere all’eccezione di inadempimento contro il debitore «riparato» dalle norme emergenziali: l’eccezione, infatti, deve ritenersi esperibile anche rispetto a inadempimenti incolpevoli o determinati da impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile al debitore. E ciò perché bisogna comunque salvaguardare l’originario equilibrio del contratto, col suo rapporto sinallagmatico. Precludere l’eccezione di inadempimento equivarrebbe a rovesciare addosso al creditore tutte le conseguenze economiche dell’emergenza, costringendolo a pagare per la prestazione che rischia di non ricevere mai. E se l’interessato opta per ricevere la prestazione parziale può sospendere pro quota il proprio inadempimento.

Nella legislazione d’emergenza, tuttavia, mancano disposizioni in grado di giustificare l’impossibilità di adempiere che non è tecnica ma strettamente finanziaria. E dunque il mancato o tardivo pagamento resta in linea di principio ingiustificato e imputabile. Il concetto di impossibilità della prestazione, infatti, non contempla l’impotenza finanziaria pur se dettata dalla causa di forza maggiore rappresentata dall’emergenza sanitaria. La crisi di liquidità costituisce un rischio a carico del debitore anche quando deriva dall’insolvenza altrui o dalla crisi di mercato: l’interessato è tenuto gestire al meglio gli elementi che rientrano nella sua sfera organizzativa per onorare secondo diligenza i debiti che ha assunto in piena libertà.

Attenzione, però: va comunque rinegoziato il contratto squilibrato dalle misure anti Covid-19. Risoluzione e risarcimento del danno non possono essere le uniche forme di tutela quando la parte avvantaggiata disattende ogni obbligo di protezione nei confronti dell’altra. E c’è spazio anche per l’intervento del giudice del merito, che pure non può sostituirsi alla volontà delle parti: è solo il ricorso all’equità che consente all’autorità giudiziaria di individuare elementi e aspetti del regolamento negoziale non definiti dai contraenti né determinati da disposizioni di leggi o usi. Insomma: l’intervento sostitutivo intanto è possibile se dal contratto emergono i termini nei quali le parti hanno voluto suddividere il rischio che deriva dall’esecuzione dello strumento negoziale.

Anche «il venir meno del flusso di cassa è un contagio diffuso», scrive il magistrato estensore Salvatore Leuzzi. Ma la terapia non è la cesura del vincolo negoziale, bensì sospendere, postergare e ridurre le obbligazioni previste. La risposta all’esigenza di manutenzione del regolamento negoziale va trovata nel diritto contrattuale riletto alla luce del principio di solidarietà e rivitalizzato attraverso la clausola di buona fede «in un’ottica costituzionalmente orientata». Dunque? La rinegoziazione deve ritenersi impellente non soltanto quando le prestazioni sono in concreto interdette dalle misure di contenimento ma anche se si configura un aumento smisurato dei costi di produzione o di approvvigionamento di materie prime e servizi.

È comunque angusto lo spazio per l’intervento del giudice, che può operare soltanto dall’interno del contratto servendosi di tutti gli strumenti forniti dalla legge per l’interpretazione. E soltanto quando sono le stesse parti a offrire nel regolamento negoziale i criteri per ristabilire l’equilibrio negoziale. I contraenti sono tenuti a trattare secondo buona fede: l’accordo per proseguire nell’esecuzione del contratto o scioglierlo deve convenire a entrambi. Il ricorso all’equità, d’altronde, non costituisce un principio di giustizia morale: il giudice che integra il contratto ne determina il contenuto in base ai criteri che gli offre il mercato. E se nel frattempo sono cambiati i costi indispensabili per l’esecuzione bisogna rimodulare le modalità attuative o incrementare il prezzo finale. Quando si ravvisa l’obbligo in capo alle parti di rinegoziare il rapporto squilibrato, si può ipotizzare che in caso d’inadempimento non scatti solo il risarcimento ma si possa chiedere l’esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto ex articolo 2932 Cc: la parte che non ottiene dall’inadempiente il contratto modificativo cui ha diritto può quindi chiedere che sia il giudice a costituirlo con la sua sentenza.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa