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Covid, la pandemia cambia profondamente l’avvocatura

Che professione forense sopravviverà all’impatto della pandemia? Se i professionisti attivi nei grandi centri e all’interno di law firm strutturate, con una clientela internazionale, sopravviveranno, ben più problematico pare il futuro che attende decine di migliaia di professionisti che operano da soli o i piccoli gruppi. A questi, complice l’evoluzione tecnologica da un lato e la pandemia dall’altro, guarda con preoccupazione Cassa Forense, come testimonia il recente rapporto realizzato dal Censis. L’ente di previdenza ha attivato diverse misure assistenziali per sostenere l’avvocatura in questi mesi, alcune delle quali sono state rivolte agli ordini forensi territoriali per agevolare la ripresa delle attività lavorative post lockdown, mentre altre sono state disposte direttamente in favore degli iscritti mediante servizi sanitari in convenzione, contributi economici, sospensione degli obblighi contributivi e dichiarativi.

L’impatto della crisi sulla professione forense, nel breve termine, è significativo sia per il blocco quasi totale dell’attività giudiziaria, sia perché la categoria, in alcune aree geografiche già in sovrannumero rispetto alle richieste del mercato, non beneficia di ammortizzatori sociali.

Gli avvocati iscritti alla Cassa Forense, al 31 dicembre 20, erano 245.030, 117.559 dei quali donne e 127.471 uomini. L’età media è di 45,1 anni per le donne e di 50,8 anni per gli uomini. La valutazione degli effetti a lungo termine della pandemia da Covid-19 dovrà tenere conto della possibile riduzione del numero di professionisti dovuta alle cancellazioni dagli Albi conseguenti alla chiusura di molti studi professionali, non in grado di sopportare gli effetti immediati della recessione economica in atto. Occorrerà quindi attendere le valutazioni attuariali dello scenario post Covid-19 per avere contezza delle variazioni demografiche e reddituali causate alla platea dell’avvocatura dalla crisi pandemica. Tuttavia, Cassa Forense stima che la crisi dovuta all’emergenza sanitaria da Covid-19 influenzerà negativamente il reddito medio annuo dichiarato dagli avvocati, nella misura prudenzialmente valutata del 20% rispetto al 2020. Il reddito medio Irpef, dopo un periodo di contrazione negli anni 2008-2014 (-23%), aveva registrato una inversione di tendenza, risultando pari a 40.180 euro nel 2019. Quasi il 45% degli attivi esercita la professione nelle regioni del Sud, mentre la classe d’età più consistente è quella compresa fra i 40 e i 49 anni con il 38,8% degli iscritti attivi. Gli over 50 superano comunque gli ottantamila iscritti, più di un terzo del totale.

L’indagine Censis evidenzia come prevale l’orientamento delle prestazioni a favore di una clientela locale (72,3%), mentre la parte restante del fatturato – meno di un terzo – si distribuisce in ambito regionale (14,4%), nazionale (11,2%) e internazionale (2,1%). E prevale, anche per il 2020, la quota di fatturato che proviene dalla clientela diffusa, fatta da persone fisiche (51,9%), piccole e medie aziende (22,5%), enti e aziende pubbliche (7,4%) e alle grandi aziende (6,7%).

«Proprio il forte sostegno agli iscritti che le Casse previdenziali dei liberi professionisti hanno prestato durante l’emergenza da Covid-19 ha mostrato come sia necessario e non più rinviabile che il sistema di welfare affronti una nuova evoluzione, che porti alla differenziazione dei ruoli tra pubblico e privato, sulla base della capacità dimostrata dagli enti di rispondere in modo efficace ai bisogni dei liberi professionisti, evitando duplicazioni delle prestazioni e dei servizi offerti e rendendo più efficiente l’allocazione delle risorse pubbliche» dice ad Affari Legali Nunzio Luciano, presidente di Cassa Forense. L’ente, insieme agli altri istituti riuniti nell’Adepp, sta facendo molto per cercare di ridurre le diseguaglianze che la pandemia ha messo in luce: le difficoltà nell’accesso al lavoro per i giovani, nella conciliazione delle esigenze lavoro-famiglia soprattutto per le donne, che spesso si fanno carico del maggior peso della gestione familiare, il gender pay-gap, la disomogeneità delle risorse sanitarie regionali, ecc. Nonché per arginare i nuovi fattori di criticità emersi durante il lockdown. «Pensiamo alle competenze digitali e alla disponibilità di banda larga per la connessione internet. Le risorse digitali hanno consentito di lavorare in remoto, la didattica a distanza, la fruizione di servizi sanitari, ecc. ma sono distribuite in modo molto eterogeneo sul territorio. La mancanza di connettività è una nuova fonte di diseguaglianza sociale. Occorre concentrare lo sforzo del Paese e degli investitori pubblici e privati, tra i quali le casse previdenziali riunite nell’Adepp, in azioni concrete nei settori indicati come prioritari anche dalla Commissione Ue quali salute, digitalizzazione, l’innovazione, competitività del sistema produttivo, rivoluzione verde, ecc. per superare insieme la crisi e rilanciare l’economia», aggiunge Luciano.

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