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Il Covid frena le partite Iva ma le chiusure calano del 25%

L’effetto Covid si fa sentire sulle nuove aperture di partite Iva ma (per ora) non sulle chiusure. Con il lockdown primaverile e poi le restrizioni variabili in base al colore della regione dall’autunno in poi, il 2020 non poteva certo essere un anno favorevole a chi voleva intraprendere una nuova attività imprenditoriale o professionale. Le nuove aperture – registrate dall’osservatorio sulle partite Iva del dipartimento Finanze – si sono fermate a quota 464.695 con una flessione del 14,8% rispetto al 2019. Una flessione generalizzata anche se leggermente più marcata per le persone giuridiche: società di persone (-19,5%), società di capitali (-16,3%), persone fisiche (-15,7%).

L’effetto collaterale di chiusure e restrizioni per contenere la pandemia rappresentato dal forte impulso alle attività via web si riverbera anche sulle statistiche relative alle partite Iva. A farlo notare è lo stesso dipartimento delle Finanze che parla di «forte aumento di partite Iva avviate da soggetti non residenti (+42,9%), connesso alla crescita del settore delle vendite online che presentava trend in aumento anche nel 2019».

La flessione nelle aperture trascina anche quella delle adesioni al regime forfettario. Le nuove attività che hanno scelto (o hanno potuto scegliere) il regime di flat tax, che comporta anche l’esonero da una serie di adempimenti come l’obbligo di fattura elettronica tra privati, sono state 215.563. Si tratta comunque del 46,4% sul totale delle aperture e addirittura del 64,3% se parametrato sulle partite Iva. Nel 2019 le percentuali (e da qui il trend in flessione) erano state, invece, rispettivamente del 48,2% e del 66,1 per cento.

Le chiusure invece sono state 320.435 rispetto alle 427.623 del 2019: un 25% in meno. Almeno per ora non sembra esserci stata la falcidia effetto della crisi economica generata dalla situazione sanitaria. Ma attenzione, perché il dipartimento Finanze mette in guardia su tre aspetti: alcuni contribuenti potrebbero comunicare tardivamente l’avvenuta cessazione di attività nel 2020; il dato del 2019 potrebbe comprendere alcune cessazioni d’ufficio operate dalle Entrate per non operatività; spesso il contribuente non ottempera all’obbligo di chiusura della partita Iva al momento della cessazione dell’attività.

La tenuta delle partite Iva, per certi versi inattesa come dice lo stesso dipartimento, trova una sua giustificazione anche legata agli oltre 10 miliardi di bonus erogati a fondo perduto dalle Entrate. Se da una parte grazie ai ristori molte attività sono riuscite a restare sul mercato, è altrettanto vero che il mantenere in vita la sola partita Iva, sospendendo anche l’attività, per molti autonomi ha rappresentato la chiave di accesso a una quota di quei dieci miliardi erogati a fondo perduto dallo Stato. Anche con una dichiarazione a zero, il possesso di una partita Iva attiva alla data di emanazione dei decreti ristori ha garantito 1.000 euro alle persone fisiche e 2mila euro alle società. E, soluzione della crisi politica permettendo, c’è in gestazione ancora il cosiddetto ristori 5 che dovrebbe garantire una buona parte dei 32 miliardi di nuovo deficit all’erogazione di nuovi indennizzi alle partite Iva, ancora attive.

L’effetto Covid su aperture e chiusure delle partite Iva emerge ancora più dettagliato se si guardano i settori economici delle attività. Alloggio e ristorazione, ad esempio, fanno registrare un -44,1%, mentre intrattenimento e servizi si attestano, rispettivamente, a -37,7% e -31,2%. In crescita invece le aperture per la sanità (+73,4%), attività finanziarie (+14,4%) e comunicazione (+6%).

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