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Covid, battaglia nel governo sulle misure morbide

Come se fossimo tornati indietro di sei mesi, il governo si divide tra chi vuole subito misure anti- Covid il più restrittive possibili e chi cerca di evitarle, o almeno rinviarle. I rigoristi sono sempre il ministro della Salute Roberto Speranza e il capodelegazione dem Dario Franceschini. I più morbidi, oltre a Italia Viva, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dello Sviluppo Stefano Patuanelli. Ma anche Giuseppe Conte, che in conferenza stampa- alle 21.30 – dice che il paradigma è cambiato. Con la mascherina chirurgica tirata sul volto anche mentre parla, il premier ha subito fatto riferimento ai dati economici positivi del terzo trimestre. «Dobbiamo conciliare salute ed economia », ha chiarito, annunciando che ci saranno forme di ristoro per le categorie colpite dalle restrizioni, ma che «non possiamo più permetterci elargizioni a pioggia» e che per questo serviranno «criteri selettivi». In generale, il dpcm annunciato è meno duro del previsto, e sarà valido fino al 13 novembre. I ristoranti dovranno chiudere a mezzanotte (ma le Regioni potranno anticipare l’orario se lo riterranno necessario) e i bar servire solo ai tavoli dalle 18, il che significa dire addio all’aperitivo in piedi. Ma per la “movida” si lascia ai sindaci la possibilità di «chiudere al pubblico dopo le 21 vie o piazze nei centri urbani dove si possono creare situazioni di assembramento ». E questo fa infuriare gli amministratori locali: «Il governo, senza nemmeno affrontare il tema nelle numerose riunioni di queste ore – denuncia il presidente Anci Antonio Decaro – inserisce una norma che sembra avere il solo obiettivo di scaricare sui sindaci la responsabilità del coprifuoco agli occhi dell’opinione pubblica. Questo non lo accettiamo». E chiede: «Ci saranno le forze dell’ordine a controllare le aree pubbliche in cui sarà vietato l’ingresso? I cittadini non si sposteranno da una piazza a un’altra? Nei momenti difficili le istituzioni si assumono le responsabilità, non le scaricano su altre istituzioni con cui lealmente dovrebbero collaborare». L’accusa è grave e diretta. E dice soprattutto del clima in cui è nato un dpcm che – secondo le stesse persone che ci hanno lavorato – può essere solo un primo passo in vista di una nuova stretta tra una o due settimane. A tarda ora Conte chiama Decaro e gli promette modifiche nel testo finale.
Il governo ha litigato molto nelle ultime 24 ore. Prima, nella notte tra sabato e domenica, durante il Consiglio dei ministri convocato per la manovra. Quando Vincenzo Spadafora sbotta: «Perché i cinema e i teatri restano aperti e le palestre devono chiudere? Non è possibile che qui si tutelino le attivite dei ministri più influenti». Il riferimento è al responsabile della Cultura Franceschini, che risponde in modo durissimo. Come ha fatto, ancora ieri pomeriggio, davanti alle rimostranze del Movimento 5 stelle che sulla scuola teneva la linea di Lucia Azzolina: la diversificazione degli orari deve essere decisa di concerto con presidi e uffici scolastici, nel nome dell’autonomia. «Qui non si tratta di rispettare regole già scritte – si infuria Franceschini – se medici e infermieri non avessero fatto straordinari, doppi turni, se avessero agito come se fossimo in tempi normali, avremmo decine di migliaia di morti in più».
Sulla scuola, tutto rischia di saltare durante l’incontro del mattino con le Regioni, perché dal ministero dell’Istruzione filtrano indiscrezioni su quel che si sta decidendo e governatori e sindaci si arrabbiano. Fedriga, Fontana, Bonaccini, minacciano di lasciare il tavolo. E pretendono che – per accelerare i tempi non tutto sia affidato all’organizzazione dei territori. Passa il principio che l’istruzione del primo ciclo, elementari e medie, resti in presenza, come chiesto dalla ministra («Lo abbiamo sempre detto anche noi», interviene il presidente dell’Emilia- Romagna Bonaccini). Ma che per le superiori l’orario di ingresso – nei territori colpiti – non possa essere prima delle nove e che aumenti la facoltà di fare doppi turni tra mattina e pomeriggio. «Abbiamo piegato Azzolina », dice chi l’ha contrastata. «È passata la nostra linea», esulta il ministero. A testimonianza di quanto il confronto sia stato aspro. Franceschini insiste per imporre le 11 come orario di ingresso alle superiori. A un certo punto. il Pd chiede che vadano direttamente al pomeriggio. Il punto è che dai sindaci è arrivato l’allarme mezzi pubblici nelle fasce dalle 7 alle 7:15 e tra le 8 e le 8:30.
Una lite ancora più dura è quella che riguarda lo Sport. Tanto che nella bozza inviata alle Regioni ieri sera non c’era ancora la decisione sulle palestre, che secondo il Comitato tecnico scientifico non hanno protocolli abbastanza sicuri. Il ministro dello Sport Spadafora esplode: «Siete pazzi! Volete chiudere tutto!». Convince Conte a far sì che si possano rivedere i protocolli: «Ma se tra una settimana non saranno considerati sicuri – spiega il premier in conferenza stampa – dovranno fermarsi ». Il premier – che deve rispondere alla mancanza di un’organizzazione adeguata soprattutto su Asl e tamponi – ammette: «Dobbiamo fare di più per evitare le file di chi ha bisogno di fare i test». Ma per la prima volta è molto netto nel dire perché in questo momento non intende accedere ai 37 miliardi del Mes. Conte lo spiega da punto di vista economico: farebbe salire il debito pubblico, inciderebbe sul deficit, porterebbe così a nuovi tassi o tagli di spesa, il risparmio che si avrebbe sugli interessi è minimo rispetto al rischio stigma se fossimo gli unici a prenderlo. Insomma, nonostante le insistenze di Renzi e Pd, la sua risposta è no, non conviene.
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