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Covid-19, una Pmi su cinque è a forte rischio insolvenza

Che il 2020 per le Pmi italiane non sarebbe stato una passeggiata era chiaro già da qualche mese. L’ipotesi di una ripresa a “V” è però ora tornata in discussione e le ultime stime di Cerved group (rapporto Pmi Osservitalia, diffuso oggi) provano a valutare l’impatto di un nuovo lockdown produttivo sul sistema delle piccole e medie imprese.

Chiusura produttiva generalizzata che tuttavia pare ancora lo scenario meno probabile, rendendo più realistico un quadro di base sempre complesso ma comunque meno drammatico.

In questo schema il 2020 per le Pmi si chiuderebbe con ricavi in caduta di 11 punti, con impatti superiori per margini reddituali. Tuttavia, spiegano gli analisti, gli interventi pubblici su Cig e garanzie hanno supportato il sistema, con il risultato di consentire alla maggioranza delle aziende di chiudere l’anno in pareggio o addirittura in utile, permettendo anche di gestire il tema della liquidità. Se a maggio il valore delle fatture non saldate superava abbondantemente il 40%, con punte del 47% per le imprese minori, già a luglio si scende al 37%.

Dati medi, che nascondono evidenti asimmetrie settoriali, con gli impatti più negativi per filiera turistica, ristorazione, fiere e convegni, dove i ricavi sono visti in caduta dal 40 al 50% e fatture inevase che toccano picchi del 70%.

Anche se rispetto alla situazione precedente la crisi del 2009 oggi le aziende si trovano in condizioni di patrimonializzazione decisamente migliori (da allora i debiti finanziari in rapporto al patrimonio netto sono dimezzati) ciò non immunizza l’intero sistema da un’emergenza di queste proporzioni.

Lo scenario di base vede così la quota di Pmi a rischio (quelle dove è più alta la probabilità di default) al 16,3%, oltre il precedente massimo del 2014, con l’intera distribuzione dell’universo a spostarsi verso le classi più rischiose e il numero di realtà “sicure” a più che dimezzarsi nell’arco di un anno, crollando dal 32,6 al 14,5%. Valore che si ridurrebbe poco oltre il 10% nell’ipotesi dello scenario “hard”.

Che avrebbe un impatto devastante anche in termini di posti di lavoro bruciati. Già nello scenario di base, in assenza di un rapido ritorno alla crescita, la stima per il totale delle imprese private (società di capitali, di persone e ditte individuali) è di una perdita di 1,4 milioni di lavoratori, l’8,3% del totale. Livello che salirebbe a 1,9 milioni (-11,7%) nell’ipotesi di un nuovo lockdown produttivo, con un tasso di occupazione che crollerebbe al 41,4%. Anche per l’occupazione, con effetti più devastanti in alcuni settori, tra cui costruzioni, agenzie di viaggio, strutture ricettive, ristoranti, comparti che potrebbero perdere un terzo o più del proprio personale.

In termini territoriali gli effetti più negativi si vedrebbero nel mezzogiorno, con un calo di occupati del 9,4% nello scenario di base, di 13 punti in quello più severo.

Altro effetto collaterale pesante è quello sugli investimenti, tenendo conto che le imprese analizzate potrebbero nel corso dell’emergenza distruggere 47 miliardi di capitale, oltre il 5% delle immobilizzazioni complessive, anche in questo caso con risultati peggiori (68 miliardi) nello scenario meno favorevole.

Dati drammatici, dunque, che tuttavia ipotizzano l’assenza di prospettive di rilancio dell’intera economia una volta terminata la fase delle misure emergenziali di sostegno. Da questo punto di vista sarà quindi decisivo l’utilizzo efficace dei 209 miliardi previsti per l’Italia all’interno del piano NextGenerationEu, progetto che mette al centro come driver di sviluppo sostenibilità e digitalizzazione.

E proprio qui, si legge nel rapporto, nelle direttrici che migliorano la produttività del sistema-Italia, andranno indirizzate tutte le risorse disponibili. Evitando quindi interventi improduttivi che una volta esaurito il proprio impatto diretto lascino il paese fondamentalmente inalterato, con i nodi irrisolti ancora tutti da sciogliere. Via maestra – spiegano gli analisti – per mitigare gli effetti a breve della pandemia ma anche per garantire la sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo.

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