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Countdown per la Brexit: tre priorità per l’Italia

Salvo sviluppi imprevedibili e allo stato improbabili tra circa un anno il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. In questi mesi continuerà senza pause il negoziato. Una tappa significativa e non scontata, visto il percorso tortuoso dei mesi scorsi, è stata compiuta con il Consiglio europeo della settimana scorsa. I Capi di stato e di governo dei ventisette hanno adottato orientamenti sul futuro delle relazioni tra l’Unione e Londra ed è stato preso atto dei considerevoli progressi sui 168 articoli dell’accordo di recesso. È bene segnalare che ben ventotto di questi riguardano tutele per i cittadini e sono il frutto di un lavoro che ha visto in prima fila Italia e Parlamento europeo. Come noto permangono incertezze in particolare intorno alla questione irlandese. Tali incertezze si stagliano, nonostante significativi progressi, come un’ ombra a poche settimane dal ventesimo anniversario dell’accordo di pace del Venerdì Santo (10 aprile 1998).
Continua quindi e anzi aumenta considerevolmente il ritmo e l’intensità su più piani, con i negoziatori delle due parti (la Ue e Londra) praticamente a tempo pieno a Bruxelles. Voglio qui ricordare come i tre piani si intreccino. Si tratta della traduzione in termini giuridici dell’accordo di recesso già raggiunto al Consiglio europeo di dicembre (che ha implicato una messa a punto tra i ventisette prima, un confronto con Londra poi). Quello della definizione su richiesta di Londra di un periodo transitorio (dall’entrata in vigore del recesso al 31 dicembre 2020). Quello del passaggio dalla riflessione generale alla definizione puntuale del quadro giuridico per le relazioni future secondo i principi di un partenariato senza precedenti (per la profondità e il rilievo politico, economico e culturale dei rapporti con il Regno Unito) sulla base di un accordo di libero scambio.
Un dato intanto è chiaro: non ci può essere transizione senza un accordo di recesso solido e preciso. È bene dunque che sia mantenuta alta attenzione su un processo complesso, inedito e sistemico come Brexit, che sia mantenuto e alimentato il livello di impegno delle amministrazioni nazionali, nella ben nota limitatezza delle risorse disponibili, e che sia curata la consapevolezza da parte di imprese e cittadini interessati sui cambiamenti che possono esserci. Su questo ultimo punto è importante che anche su input italiano la Commissione Ue abbia pubblicato una serie di notifiche di settore. L’informazione fa parte ed è condizione per la riuscita di un processo che tutti vogliono ordinato e sostenibile, e che in sostanza abbia come risultato nella maggiore parte dei settori una situazione che sia il più simile possibile allo status quo a condizione che siano rispettati principi e coerenza dell’ordinamento comunitario. Una quadratura del cerchio quasi impossibile, ma la cui ricerca è necessaria. Se infatti dobbiamo provare a approfondire ogni scenario, e essere soprattutto consapevoli dei costi di un processo disordinato (come noto alcune stime valutano in almeno quattro miliardi i costi di un “no deal” per il nostro Paese).
Qualche giorno fa il direttore della Confindustria tedesca, Bdi, Joachim Lang, presentando una serie di documenti della sua organizzazione su Brexit, ha riassunto che «le ombre di Brexit si allungano». Ha fatto riferimento in particolare al massiccio calo delle relazioni commerciali della Germania con il Regno Unito (passato in un anno dal terzo al quinto posto nella bilancia tedesca) e a una fortissima riduzione nei nuovi investimenti diretti verso Londra (90 per cento). In parallelo a Londra l’Office for budget responsibility ha reso noto le previsioni secondo le quali il conto di Brexit durerà sino al 2064. Al di là di queste considerazioni e previsioni, che come tali vanno prese con un giusto aspetto di riserva, occorre non smarrire il filo del negoziato in corso sotto la forte pressione che deriva dalle scadenze molto strette ma insieme allungare lo sguardo sul futuro.
È chiaro che da un punto di vista italiano – a prescindere da scelte e orientamenti politici più puntuali, che non spettano alla parte tecnica del negoziato – le future relazioni non possano che essere contraddistinte da almeno tre ordini di riferimento. La sicurezza, interna e esterna all’Unione e allo spazio europeo di diritti e valori, richiede una intensità di cooperazione con la Gran Bretagna che mantenga, e anzi aumenti la capacità operativa europea a fronte di varie minacce. Un impegno che incoraggi anche la presa di responsabilità della Ue in collegamento alla Nato. Il commercio, per la rilevanza dei legami economici tra Italia e Regno Unito (basti pensare a settori come meccanica, autoveicoli, farmaceutico, agroalimentare, tessile, finanziario, costruzioni). Occorre qui dire che non è in ballo solo il flusso di esportazioni verso il Regno Unito, ma anche un più generale impegno dell’Unione Europea in difesa del level playing field, e cioè di pari condizioni di concorrenza e normative. Il grande punto di domanda è se sia possibile mantenere e promuovere sinergie, specialmente nel campo dei servizi finanziari, senza sbilanciare gli standard Ue e al contempo promuovere una convergenza normativa. Last but not least il tema della mobilità, che ha alimentato nei fatti non solo la crescita dei rapporti economici con Londra, ma ha visto crescere una identità europea di cittadinanza. Gli italiani che lavorano nel Regno Unito, dai ristoranti ai centri di ricerca, nelle imprese private, da quelle più tradizionali a quelle artistiche e creative, e in non pochi casi nelle amministrazioni pubbliche, sono forse uno dei simboli migliori di ciò che l’Europa è al di fuori dei discorsi ufficiali e dei circuiti istituzionali. È per questo che la certezza sui diritti nello spazio di cittadinanza comune che si è creato e che è stato alimentato dalla cultura del lavoro italiano e europeo in questi decenni deve restare negli anni a venire un impegno comune delle istituzioni dei nostri Paesi, oltre che dell’Unione Europea.

Marco Piantini – Consigliere di Palazzo Chigi per gli Affari europei

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