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Il costo totale dei salvataggi bancari sale a 36 miliardi per Stato e sistema

Il conto non è ancora definitivo, anche perché vanno considerate eventuali riprese di valore ad oggi non stimabili. Ma è un fatto che fino ad oggi, per salvare le banche finite in crisi negli ultimi cinque anni, lo Stato e il sistema bancario abbiano dovuto tirare fuori 36 miliardi di euro circa. Di questi, 28 miliardi circa vanno considerati definitivamente persi ma il conto potrebbe peggiorare ulteriormente (almeno a 33,5 miliardi) qualora gli Npl veneti comprati da Amco, ex Sga, non dessero i ritorni sperati.

La somma non considera ovviamente i capitali persi nel corso del tempo da azionisti e obbligazionisti. E tanto meno può contemplare gli eventuali (benchè residuali) rischi legati alle altre 16 banche minori del Meridione in difficoltà, come denunciato ieri da Bankitalia, che hanno un totale attivo di soli 2 miliardi di euro, e a cui fa capo il 12% dei prestiti alle imprese del Sud. La loro rischiosità del credito, misurata dal tasso in default delle imprese debitrici, «è strutturalmente più elevata della media», ha detto ieri ha detto ieri alla Camera la vice direttrice generale di Bankitalia Alessandra Perrazzelli, con un rapporto tra crediti deteriorati e totale crediti al 9,7% al netto delle rettifiche, «più del doppio rispetto alla media nazionale».

Insomma, si vedrà cosa succederà nei prossimi mesi. Va detto che i peggiori “bubboni” del sistema, da Mps a Pop. Vicenza e Veneto Banca, passando per le banche per Carige e Pop. Bari, sono oramai scoppiati. Il quadro dettagliato dei costi di ristrutturazione sostenuti fino ad oggi dal settore bancario, uno dei più colpiti dalle crisi economiche dell’ultimo decennio, arriva da Equita Sim. L’analisi, curata da Giovanni Razzoli, mette in luce come sia il pubblico sia il privato abbiano contribuito in maniera decisiva.

Guardando nel dettaglio, emerge come i costi più alti siano quelli sostenuti per riparare i danni compiuto nelle due ex popolari venete. Per gli istituti di Vicenza e Montebelluna, che sono state liquidate e assorbite da Intesa Sanpaolo, sono stati sborsati circa 20 miliardi. Una somma, quest’ultima, che ricomprende 4,2 miliardi di euro bruciati da Atlante 1 – veicolo più volte ricapitalizzato dalle banche italiane, prima di essere definitivamente chiuso – e circa 16,6 miliardi in arrivo dallo Stato: di questi, 11 sono finiti in parte a Intesa per ricapitalizzare gli asset acquisiti, coprire i costi di integrazione e ristrutturazione o sterilizzare cause legali. Il conteggio sulla parte restante (5,4 miliardi) andrà fatto una volta che sarò chiaro il tasso di recupero sui 18,8 miliardi di Npl veneti comprati da Amco, ovvero la bad bank del Tesoro.

Altra scommessa sul futuro è quella relativa a Mps. In questo caso il salvataggio è costato più di 5,6 miliardi tra ricapitalizzazione precauzionale e buy back dei bond Tier 2. Di buono c’è che la banca oggi ha un valore residuo di mercato, anche se nettamente inferiore a quello iniziale. Il mark-to-market della partecipazione dello Stato nell’istituto fa segnare un rosso potenziale di quasi 3 miliardi, che però dovrà essere riaggiornato non appena la trattativa con Bruxelles sulla cessione degli Npl sarà conclusa: «Il dialogo con le autorità italiane continua», ha indicato ieri la portavoce dell’Antitrust Ue.

A tutto questo si aggiungono le spese per la messa in risoluzione di Banca Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti (costata circa 4,7 miliardi, in gran parte a carico delle banche sane) e per i salvataggi di Cassa di Risparmio di Cesena, di Rimini, San Miniato, pari a 784 milioni, realizzati dallo Schema volontario del Fondo interbancario, veicolo che ancor prima era intervenuto per Tercas (271 milioni). Sulla testa del Fitd, come noto, sono poi caduti gli interventi per la ricapitalizzazione di Carige e Banca Popolare di Bari, per complessivi 1,41 miliardi:sono gli ultimi due aiuti, in ordine di tempo, a un sistema che sta cercando affannosamente di uscire dalla crisi.

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