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Costo del lavoro più basso per chi investe di più

L’impegno del governo c’è, ed è diventato urgente dopo la delusione degli imprenditori per il mancato inserimento della deducibilità dell’Imu nel decreto approvato la settimana scorsa. Ma lungo la strada verso il taglio del cuneo fiscale, il peso delle tasse sul lavoro, ci sono almeno due curve pericolose: trovare le risorse necessarie, tanto più che tra Pd e Pdl c’è una diversa lista delle priorità, e studiare un meccanismo nuovo visto che gli interventi analoghi fatti in passato non hanno dato i frutti sperati.
Per questo si pensa a un taglio «selettivo», parola ormai frequente in questa epoca di risorse scarse. Non per tutti, insomma, e accompagnato da altre misure come la detassazione degli utili reinvestiti. Confindustria chiede da tempo un intervento da 11 miliardi di euro, un risultato davvero difficile da raggiungere. Anche perché il governo deve subito prendere una decisione sull’Iva, per fermare l’aumento di un punto fissato per il primo ottobre. Prima l’Iva o prima le tasse sul lavoro? «Non ho dubbi – dice per il Pd Cesare Damiano – prima il cuneo perché la vera urgenza è ridare competitività alla nostre imprese. Dopodiché il peccato originale è stato togliere l’Imu anche ai ricchi, una mossa iniqua che ha ridotto le risorse a disposizione e quindi i margini di scelta per i prossimi mesi». La pensa diversamente Daniele Capezzone, Pdl: «L’osservazione è forse banale ma intervenire su Imu e Iva significa toccare gli interessi di tutti, mentre il cuneo fiscale riguarda molte persone ma non tutti. Ciò detto credo che con un coraggioso piano di tagli alla spesa pubblica si possano affrontare sia l’Iva che il cuneo».
All’interno della maggioranza si giocherà una lunga partita a scacchi. Con tutti i possibili problemi del caso. «Non è possibile – dice il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanni Legnini (Pd) – che il discorso sia che il Pdl vuole levare le tasse e che il Pd va a cercare le coperture». Ma dietro il gioco della politica, i tecnici lavorano alle soluzioni possibili.
Nel 2006 fu il governo Prodi a tagliare il cuneo fiscale mettendo sul piatto 5 miliardi di euro. I risultati di quella mossa non furono soddisfacenti. Non lo dice soltanto Renato Brunetta per il Pdl, secondo il quale per avere effetti concreti bisognerebbe trovare 15-16 miliardi, anche per lasciar intendere che sarebbe meglio concentrarsi sull’Iva. Ma lo pensa anche il ministro del Lavoro Enrico Giovannini.
L’intervento di Prodi, in sostanza, si trasformò in un aumento dei profitti da parte delle imprese, che si limitarono a tagliare i costi senza fare nuovi investimenti. Mentre tra i lavoratori coinvolti non ci fu un aumento dei consumi ma semplicemente un aumento della propensione al risparmio.
L’effetto di stimolo all’economia, in sostanza, fu molto ridotto. E si era nel 2006, un momento senza dubbio più facile per l’Italia e per l’Europa. Per questo l’ipotesi alla quale si lavora è diversa. Il taglio del cuneo, sotto forma di contributi sociali non previdenziali, dovrebbe essere vincolato a iniziative che possano avere un effetto positivo non solo sui profitti delle aziende e sui risparmi delle famiglie. Ma anche sull’economia generale del Paese. Le proposte sul tavolo sono ancora diverse ma la più accreditata è proprio quella di accompagnare il taglio del cuneo ad una detassazione degli utili reinvestiti in azienda. Una specie di mossa a tenaglia (detassazione e costo del lavoro) per spingere ad investire e anche ad assumere quelle imprese che hanno prospettive di mercato, in particolare quelle orientate all’export . Con un solo problema. Anche per la detassazione bisogna trovare nuove risorse nel bilancio dello Stato.

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