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Se costituire una newco provoca la bancarotta

Anche una classica scissione, con la separazione delle passività lasciate in una bad company e dalle attività che vengono trasferite in una good company, può condurre alla bancarotta fraudolenta, se organizzata per far fallire la prima e provocare un grave danno ai suoi creditori. Per la Cassazione, sentenza n. 17163 della Quinta sezione penale, è così penalmente rilevante la cessione di un ramo d’azienda da una società già esistente, ma in considerevole calo di fatturato (indotto dall’informativa atipica antimafia e da accertamenti fiscali per omesse contribuzioni) a una newco.
A quest’ultima venivano ceduti forza lavoro, macchinari e contratti di appalto, a condizioni del tutto sfavorevoli: non era previsto un termine per effettuare i pagamenti, dei quali peraltro neppure venivano individuate le modalità, e neppure erano state stabilite garanzie da parte della newco stessa. «Condotte che – chiosa la Cassazione -, all’evidenza, hanno comportato un distacco di beni e di attività senza adeguata contropartita, con conseguente compromissione dell’integrità del patrimonio sociale della fallita e della garanzia dei creditori».
In termini generali, la Cassazione ricorda che, in caso di scissione attraverso la costituzione di una nuova società, l’assegnazione a quest’ultima non rappresenta di per sè un fatto di distrazione. Serve piuttosto una valutazione in concreto, richiama la Cassazione, che tenga conto della effettiva situazione debitoria che interessava la società poi fallita al momento della scissione. Uno schema civilisticamente lecito come la scissione infatti, può essere utilizzato per realizzare uno scopo penalmente illecito.
Quanto alle singole operazioni, rileva la Corte, va tenuto presente come queste, anche se astrattamente riconducibili a una categoria di atti gestionali leciti e disciplinati dall’ordinamento (è il caso, per esempio, dell’affitto di azienda con oggetto l’intero complesso aziendale della fallita, in maniera tale da privarla della possibilità di proseguire l’attività), possono tuttavia essere realizzate con modi e tempi che di fatto possono portare a effetti di sensibile impoverimento del patrimonio, con conseguente pregiudizio a danno dei creditori.
Questi ultimi infatti sono sì tutelati dall’ordinamento, ma in una maniera che la sentenza considera non idonea a escludere interamente il danno: possono infatti rivalersi sui beni conferiti alle o alla società beneficiaria, ma prima devono trovarli e poi potrebbero essere in concorrenza con altri creditori, quelli delle società beneficiarie.

Giovanni Negri

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