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Costi salvi (se riclassificabili)

Salve le spese di pubblicità e di ricerca capitalizzate prima del 2016, purché riclassificabili fra i costi d’impianto e di ampliamento o fra quelli di sviluppo; la vita utile dell’avviamento, da stimare prima della sua iscrizione, non può comunque eccedere i venti anni. Sono questi i punti chiave della revisione dell’Oic 24 – Immobilizzazioni immateriali, pubblicato ieri in bozza dall’Organismo italiano di contabilità per adeguarlo alle disposizioni contenute nel dlgs 139/2015, in consultazione fino al 4 giugno 2016. Lo standard setter prende atto dell’eliminazione, dalla voce B.2.1 dello stato patrimoniale, dei costi di ricerca e pubblicità. La scelta del legislatore, che aveva destato preoccupazioni tanto per l’impossibilità di capitalizzarne di nuovi quanto per la mancanza di una norma transitoria che salvasse quanto già a patrimonio al 31 dicembre 2015, viene però interpretata in modo flessibile ed innovativo: la sua ratio non sarebbe, infatti, quella di una chiusura totale verso la loro capitalizzazione bensì quella di vietare la patrimonializzazione «facile» o «generalizzata» di costi che, almeno normalmente, rientrano nella ricorrente operatività aziendale. Iniziamo dalla pubblicità: questa potrà essere capitalizza solo se, soddisfatti tutti i requisiti stabiliti per i costi di impianto e ampliamento, risulti legata ad una fase di start-up ossia sostenuta in sede di nuova costituzione oppure per sostenere un nuovo business, processo produttivo o una differente localizzazione. Ancora più semplice è la posizione relativa ai costi di ricerca: prima del dlgs 139/2015 solo la ricerca applicata poteva essere capitalizzata, ora la bozza dell’Oic 24 – visto il depennamento operato dal legislatore – amplia la nozione di costo di sviluppo ricomprendendovi pure quest’ultima. Lo stralcio delle spese di pubblicità e di ricerca capitalizzate prima del 2016 va limitato, dunque, ai valori che non possono essere riclassificati fra i costi d’impianto e di ampliamento o fra quelli di sviluppo con la conseguenza, in definitiva, di ridurre gli impatti sui bilanci d’esercizio e disinnescare, quindi, la maggior parte delle problematiche temute dagli operatori. La bozza affronta, inoltre, le problematiche relative all’avviamento. Il nuovo numero 6 dell’art. 2426 c.c. prevede che «l’ammortamento dell’avviamento è effettuato secondo la sua vita utile» e, nei casi eccezionali in cui questa non è stimabile attendibilmente, «entro un periodo non superiore a dieci anni». Lo standard setter stigmatizza, in primo luogo, il vero elemento innovativo della disposizione, ossia che «in primis sia determinata la vita utile dell’avviamento e solo quando questa non possa essere stimata attendibilmente si proceda [al suo] ammortamento lungo un periodo di dieci anni». Viene allora proposto non già un modello per la determinazione della vita utile, bensì un insieme di punti di riferimento utili per aiutare il redattore a determinarla. Il paragrafo 68 ne suggerisce tre, in particolare: il lasso di tempo entro il quale si attendono gli extra-profitti generati dall’operazione straordinaria; l’intervallo entro il quale ci si attende di recuperare, in termini finanziari o reddituali, l’investimento effettuato (il cosiddetto «payback period»); la media ponderata delle vite utili dei principali asset, anche immateriali, acquisite con l’operazione di aggregazione aziendale. La vita utile massima non può eccedere in ogni caso 20 anni, limite nell’Oic 24 fin dalla versione 2005.

Andrea Fradeani

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