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Costi pluriennali rettificabili

Il fisco ben può rettificare alla società contribuente il componente pluriennale del reddito anche sull’esercizio successivo a quello in cui la voce è stata appostata a bilancio per la prima volta. L’immediato disconoscimento del costo spalmato su più esercizi, infatti, costituisce una mera facoltà e non un obbligo per l’erario: le annualità successive hanno rilevanza autonoma tanto da consentire il recupero d’imposta ed escludere la decadenza delle Entrate. Nel caso di una svalutazione pluriennale, dunque, l’intangibilità potrebbe scattare soltanto con un giudicato che attesta la legittimità dell’operazione contabile. Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 8500/21, pubblicata il 25 marzo, in una controversia che risulta molto attuale in tempi di Superbonus 110% e altri benefici con deduzione a rate costanti nel tempo.

Nessuna preclusione

Accolto il ricorso dell’Agenzia fiscale: sbaglia la Ctr ad annullare l’accertamento Ires e Irap a carico dell’intermediario finanziario ritenuto stabile organizzazione in Italia della società olandese. Secondo l’amministrazione la branch gira alla casa madre utili sotto forma di interessi dovuti su finanziamenti sottraendoli all’erario nostrano. E alla stabile organizzazione risulta imputata una posta passiva come la svalutazione su crediti di finanziamento ascrivibili solo nei limiti della quota figurativa del patrimonio di vigilanza. L’errore del giudice del gravame sta nel ritenere decaduto il fisco per non aver rettificato la svalutazione del credito alla società in default nel periodo d’imposta in cui per la prima volta il componente negativo del reddito compare a bilancio: i presupposti della svalutazione non potrebbero quindi essere rimessi in discussione e l’amministrazione avrebbe soltanto la facoltà di verificare che la quota dedotta non ecceda il rateo costante consentito (nella specie un nono). In realtà l’accertamento dell’imposta sul reddito si «rinnova» di anno in anno. E deve essere possibile per ogni periodo d’imposta anche rispetto al fatto costitutivo del costo pluriennale dedotto, non soltanto alla correttezza della singola quota annuale di deduzione. Insomma: il fatto che non scatti l’accertamento alla dichiarazione di prima emersione del componente pluriennale non implica la preclusione, quindi non esclude il sindacato per il periodo successivo.

Tempo determinato

D’altronde, ogni volta che è riportato in dichiarazione il componente di reddito pluriennale ne vengono richiamati e riutilizzati tutti i fatti presupposti e gli elementi costitutivi: così quando il fisco rettifica la dichiarazione non va incidere a danno del contribuente sulla denuncia dell’anno di primo riporto o su quelle successive già decadute. Alle Entrate, quindi, non si attribuisce un potere di controllo per un tempo indeterminato. Né il mero decorso del tempo e l’inerzia dell’amministrazione possono produrre nel contribuente un affidamento tutelabile. E il principio vale a maggior ragione nel mancato esercizio della potestà di rettifica da parte del fisco.

Termine rilevante

Insomma: al di là del caso dell’errore nel computo del singolo rateo, quando il fisco contesta i presupposti del componente di reddito pluriennale, la decadenza dal potere di accertamento ex articolo 43 dpr 600/73 deve essere verificata in applicazione del termine per la rettifica della dichiarazione nella quale è indicato il singolo rateo di riparto del componente pluriennale; non conta invece il termine per la rettifica della dichiarazione del periodo d’imposta in cui quella voce è maturata o iscritta per la prima volta a bilancio. La parola passa al giudice del rinvio.

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