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I costi dell’uscita dall’Ue dal crollo della sterlina ai fondi europei ritirati: è l’ora del pentimento

LONDRA.
Lo chiamano il «rimorso del compratore». A pochi giorni dal referendum di giovedì, la Gran Bretagna si interroga sulla sua decisione di uscire dall’Unione Europea. Per ora, i sondaggi mostrano che la maggior parte dei sostenitori del “Leave” resti convinto delle sue ragioni. Ma i problemi che si vanno palesando sulla strada verso “Brexit” stanno inducendo qualcuno a chiedersi se il prezzo da pagare per questa scelta possa essere troppo alto.
Il risveglio di questi giorni è stato brusco. Ieri la sterlina ha continuato a scendere sul mercato, toccando i livelli più bassi da oltre trent’anni. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha tolto alla Gran Bretagna la tripla A, simbolo di massima solidità del debito pubblico. I primi sondaggi non sembrano indicare ripensamenti di massa, ma qualche dubbio comincia a esserci. Un sondaggio condotto dall’agenzia Survation per il Mail on Sunday mostra che il 7 per cento degli intervistati che hanno sostenuto nell’urna l’uscita dice di essersi pentito della scelta, rispetto al 4 di chi si è espresso per lo status quo.
La progressiva scoperta dei costi reali di “Brexit”, sta dunque portando ai primi segnali di “Bregret” — un gioco di parole intorno al termine inglese per “rimpianto”. Pochi giorni fa, il consiglio regionale della Cornovaglia, dove la popolazione ha votato a larga maggioranza per uscire, ha chiesto al governo di assicurarsi che i fondi già allocati dall’Ue alla regione non vengano persi. Un appello simile è venuto da alcuni comuni dello Yorkshire, nel nord-est dell’Inghilterra.
Anche i tabloid come il Daily Mail o il Sun, che prima del voto hanno sostenuto con forza l’uscita dall’Ue, cominciano a dare maggiore spazio ai problemi che i cittadini incontreranno nei prossimi anni. Il sito “InFacts”, curato dal giornalista Hugo Dixon, riporta come ad esempio il Sun si preoccupi ora del fatto che i cittadini britannici possano perdere il diritto a vivere e lavorare nel resto dell’Ue, pochi giorni dopo aver pubblicato un editoriale a favore di “Brexit” dal nome “BeLeave in Britain”.
I leader del fronte del “Leave” sono da subito sembrati piuttosto scossi dal loro stesso trionfo. Soltanto su un aspetto, sembrano compatti: non c’è fretta a invocare l’Articolo 50, che formalizzerebbe la richiesta della Gran Bretagna di uscire dall’UE, una posizione che è stata confermata ieri anche dal premier dimissionario, David Cameron. “Signore, fammi uscire, ma non subito,” avrebbe detto Sant’Agostino.
Uno dei problemi che il fronte del “Leave” si troverà ad affrontare nei prossimi mesi, e che potrebbe contribuire a far crescere la disillusione da parte dell’elettorato, riguarda la realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale. Nigel Farage, leader dello United Kingdom Independence Party, ha ammesso in televisione che il sistema sanitario nazionale britannico non riceverà 350 milioni di sterline in più a settimana, uno slogan dipinto sull’autobus della campagna pro-Brexit. Daniel Hannan, un europarlamentare euroscettico, ha a sua volta ammesso che la Gran Bretagna non sarà in grado di far terminare completamente l’immigrazione dall’Ue.
È presto per dire se il rimorso britannico crescerà e se produrrà degli effetti concreti. Gideon Rachman, editorialista del Financial Times, ha scritto ieri che alla fine, secondo lui, “Brexit” non accadrà e che la Gran Bretagna e l’Ue saranno in grado di raggiungere un compromesso. D’altra parte, però, sarà difficile ignorare il voto dei 17,5 milioni di britannici che giovedì notte si sono schierati dalla parte del “Leave”. In questa confusione, solo una cosa è certa: come diceva una canzoncina degli anni ’70, « Breaking up is hard to do », (è difficile lasciarsi).
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