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Costi da reato, il fisco chiede l’Iva

Indeducibilità dei costi da reato estesa anche all’Iva. Alcuni uffici territoriali dell’amministrazione finanziaria stanno ampliando l’applicazione della norma dalle imposte sui redditi a quella sul valore aggiunto. Un’estensione in controtendenza rispetto a quanto previsto sia dalla precedente disciplina sui costi da reato – per stessa interpretazione delle Entrate a livello centrale – sia dalle modifiche intervenute con il decreto fiscale (articolo 8, commi da 1 a 3, del Dl 16/2012, convertito dalla legge 44/2012). Allo stato attuale, le contestazioni riguardano, per lo più, il settore dei metalli non ferrosi. Proviamo a vedere come sta procedendo il fisco.
La ricostruzione
Scoperta una società cartiera che commercializza metalli non ferrosi, cioè a dire senza struttura, dipendenti, attrezzature, e talvolta del tutto inesistente, i verificatori ritengono inesistenti le forniture di merce non solo all’acquirente di tale impresa, ma anche di tutte le aziende che acquistano e rivendono successivamente la merce. L’ipotesi è che, se all’origine la venditrice non aveva la struttura per cedere la merce, allora i successivi passaggi (che in genere sono numerosi prima che i metalli giungano alle multinazionali del settore) sono tutti inesistenti. I verificatori ritengono quindi tutte le imprese, interessate alla filiera, coinvolte nelle frodi, non ipotizzando, al contrario, che almeno a un certo punto dei passaggi possano essere intervenute delle fatturazioni per operazioni soggettivamente inesistenti: cioè la merce è stata realmente ceduta ma da soggetti differenti rispetto a quelli risultanti dalla fattura.
Per quanto riguarda Irpef o Ires viene contestata l’indeducibilità del costo (in quanto non sarebbe stato sostenuto). In alcuni casi, a rafforzare tale indeducibilità e, verosimilmente, nella consapevolezza della singolarità che tutte le imprese della catena commerciale siano così pesantemente coinvolte nella frode (in quanto si tratta probabilmente di operazioni soggettivamente inesistenti), viene anche contestata l’indeducibilità da costi da reato (evidentemente prima delle recenti modifiche).
Per l’Iva, invece, nella maggior parte dei casi tutte le imprese che acquistano e rivendono i metalli non ferrosi operano per legge in regime di reverse charge con la conseguenza che non detraggono l’Iva. Tuttavia, sia con l’estensione della norma sui costi da reato anche all’Iva, sia con un singolare disconoscimento del reverse charge applicato dalle imprese, viene chiesta alle aziende anche l’Iva (mai detratta) oltre alle sanzioni per l’indebita detrazione.
L’esempio
Un esempio può chiarire meglio la questione: la società “A” vende a “B”, poi questa vende a “C”, a sua volta “C” cede a “D”, e infine “D” cede a “E” metalli non ferrosi per un valore di 5 milioni di euro. Tralasciando il ricarico praticato da ogni soggetto nella rivendita, “B”, “C”, “D”, ed “E” – avendo applicato il reverse charge – non hanno detratto Iva. La Gdf e l’Agenzia contestano a ciascuna un milione di euro di Iva indebitamente detratta sugli acquisti (20% dei 5 milioni) e le sanzioni. In pratica richiedono la restituzione complessiva di 5 milioni di euro di Iva (oltre alle sanzioni) che però non sono mai stati detratti.
La disciplina
La norma sull’indeducibilità dei costi da reato è chiaramente relativa (anche nella versione originaria) alle imposte sui redditi. A confermarlo è la stessa Agenzia con la circolare 24/E del 2005. Inoltre il disconoscimento del reverse charge non può portare al recupero a tassazione di un’imposta non detratta, per giunta con applicazione di sanzioni. Con un ulteriore aspetto: trattandosi di accertamenti esecutivi, se non si riesce a ottenere in tempi brevi la sospensione giudiziale, le aziende interessate dovranno versare un terzo delle maggiori imposte.

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