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Costi da reato deducibili se inerenti

Costi da reato, deducibilità solo se effettivamente sostenuti e inerenti. Tanto, però, a condizione che non si tratti di spese per «beni o prestazioni di servizi utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo» (art. 14, comma 4 bis, legge n. 537/1993), anche se l’acquirente era consapevole del carattere fraudolento delle operazioni. Lo afferma l’ordinanza 15860/2021 della Corte di cassazione nell’accogliere uno dei motivi del ricorso proposto dalla società ricorrente avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania n. 7124/04/2014.

La questione verteva su un avviso di accertamento per l’anno 2006 con il quale l’Ufficio aveva ripreso a tassazione costi indebitamente dedotti ai fini Ires e Irap, e detratti ai fini Iva, relativi a fatture emesse da una «cartiera» e afferenti operazioni ritenute inesistenti soggettivamente.

I giudici del territorio avevano accertato che la società non avesse provato la sua estraneità alla partecipazione nella frode e che l’amministrazione finanziaria, dal canto suo, aveva invece fornito attendibili riscontri sull’inesistenza soggettiva delle operazioni fatturate, sicché in tale caso «era onere della contribuente-cessionaria dimostrare l’esistenza dei requisiti per la deduzione dei costi», annotando anche che i costi all’esame non soggiacevano «al generale divieto di indeducibilità afferente i c.d. costi da reato».about:blank

Ma i giudici di legittimità hanno invece statuito che oltre «agli elementi presuntivi emersi, a seguito di accesso mirato nei confronti della ditta fornitrice, della mancanza da parte di quest’ultima di una struttura aziendale idonea alla commercializzazione dei prodotti e del mancato adempimento da parte della stessa degli obblighi fiscali», non fosse stato assolto da parte dell’ufficio l’ulteriore onere probatorio relativo all’accertamento della consapevolezza del meccanismo fraudolento a cui la società avrebbe partecipato, ribaltando erroneamente su di essa l’onere di provare «la totale inconsapevolezza della falsità delle fatture».

Di notevole rilievo è la spiegazione che la Suprema corte da a un’altra eccezione espressa nel ricorso, e cioè che, per quanto fosse stato provato il mancato esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero (obbligatorio ai fini dell’applicabilità del citato art. 14, comma 4 bis, legge 537/1993), la società non avesse provato «i requisiti della certezza, dell’inerenza e competenza degli stessi», non essendo sufficiente il solo pagamento delle fatture da parte della società contribuente. Con ciò uniformandosi al recente indirizzo della giurisprudenza di legittimità (ordinanze nn. 17788/2018 e 32587/2019) che ne ammette la deducibilità, in presenza di tali requisiti, anche se vi è consapevolezza della frode, sempre a condizione che non si tratti «di costi relativi a beni o servizi direttamente utilizzati per il compimento di un delitto non colposo».

Peraltro la severissima norma sull’indeducibilità dei costi da reato (si pensi al suo utilizzo sempre più usato a esempio nei casi di reati ambientali, corruzione etc), non può prescindere dall’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero il quale a norma dell’art. 36, comma 4 del decreto del presidente della Repubblica 600/1973, ne deve dare comunicazione al comando della Guardia di finanza competente.

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