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Costi da reato al bivio-sconto

di Primo Cappellini e Roberto Lugano

L'interpretazione della norma sull'indeducibilità dei costi da reato sta diventando un problema rilevante che rischia di paralizzare gli accordi tra contribuenti e uffici finanziari con il prevedibile risultato di spostare il problema sulle Commissioni tributarie le quali, a loro volta, molto probabilmente si rivolgeranno alla Consulta.

La norma e la giurisprudenza

Questa situazione è figlia di una norma, l'articolo 14, comma 4-bis della legge 537/1993, che prevede che ai fini delle imposte sui redditi non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, salvo l'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. A seguito di tale norma si sono delineati due orientamenti giurisprudenziali opposti:

a) il primo, per il quale si ricorda la sentenza della Ctp di Ravenna n. 113 del 2008, ha ritenuto che tale norma sia applicabile sempre, laddove vi siano illeciti di natura penale di qualunque genere, e quindi anche per i rilievi penal-tributari;

b) il secondo, per il quale si può fare riferimento alla Ctr di Milano con le sentenze n. 102 e n. 103 del 2010, ha invece indicato una linea interpretativa diversa per cui i costi da reato sono da considerarsi indeducibili solo se si tratta di attività sulla base delle quali si determinano ricavi illeciti. Pertanto nell'ipotesi di attività da cui derivano proventi leciti, i costi correlati e inerenti a tali attività, anche se determinano fattispecie di reato (nel caso specifico si trattava di appalto illecito di manodopera) si devono considerare deducibili e quindi non rientranti nella specifica norma.

La questione di costituzionalità della norma, sollevata dalla Ctp Terni, non ha trovato risposta in quanto con la ordinanza n. 73 del 2 marzo scorso la Consulta ha rilevato vizi procedurali nella domanda e quindi ha ritenuto di non esprimersi nel merito della questione.

Un caso concreto

Il tema è diventato di estrema attualità anche a seguito dell'attività di verifica da parte dell'agenzia delle Entrate e della Guardia di finanza che ha scoperto numerosi casi di frodi carosello. In particolare, in tali ipotesi, la problematica più significativa riguarda le cosidette operazioni soggettivamente inesistenti (sulle problematiche ai fini Iva si vedano gli altri articoli in pagina). Si tratta di operazioni effettive che un soggetto ha posto in essere con una «cartiera» e cioè con un soggetto interposto, funzionale solo alla frode, per cui ai fini Iva, per questi acquisti, viene negata la detraibilità dell'imposta, a meno che non si riesca a dimostrare la non consapevolezza della frode, e ai fini penali si coinvolge il soggetto acquirente nell'ambito del reato penal-tributario. Ai fini delle imposte sui redditi, nonostante le operazioni siano state effettivamente eseguite, gli uffici finanziari rilevano l'indeducibilità del costo, in applicazione della normativa sopra citata. In sostanza, ai fini dell'imposizione diretta, il contribuente si trova a dover corrispondere le imposte sui ricavi e non sul reddito e questo sembra effettivamente incompatibile con i principi costituzionali in tutti i casi di attività lecite nell'ambito delle quali sono state eseguite operazioni economiche reali. In passato le sentenze della Cassazione avevano delineato, sul tema delle operazioni inesistenti, un orientamento giurisprudenziale che comunque garantiva la necessaria correlazione tra i costi e ricavi in sede di rettifica del reddito imponibile (ad esempio Cassazione n. 942 del 21 gennaio 2004). Ma tutto questo avveniva prima dell'utilizzo della normativa sui costi da reato.

Per evitare l'impasse

In conclusione sarebbe opportuno trovare una soluzione legislativa al problema, tenuto conto dei tempi per arrivare a una sentenza della Consulta. Un'interpretazione autentica della norma avrebbe il grande pregio di sbloccare i rapporti con gli uffici finanziari, che in questa fase sono legati alla tesi più garantista per gli interessi dell'erario, con la conseguenza di poter definire in accertamento di adesione molte pratiche ad oggi ferme (anche perché le pretese tributarie calcolate di fatto sui ricavi presentano importi in molti casi impossibili) e, in secondo luogo, di evitare un ulteriore incremento del contenzioso per situazioni di difficile gestione e interpretazione per le stesse commissioni tributarie.

 

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