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Costi «carosello» indeducibili

I costi sostenuti per la frode carosello sono indeducibili e quindi, se documentati da falsa fatturazione, integrano il reato di dichiarazione fraudolenta, a nulla rilevando la nuova normativa sui costi da reato. A precisarlo è la Cassazione, Terza penale, con la sentenza 40559, depositata il 16 ottobre.
Alcune persone erano imputate per associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di emissione di fatture false e dichiarazione di documenti fittizi mediante una complessa frode carosello, caratterizzata dalla costituzione di molteplici società cartiere estere ed italiane. Gli imputati venivano condannati dalla Corte di Appello e quindi ricorrevano per cassazione per una serie di motivi, tra i quali la mancata applicazione di norme giuridiche e, segnatamente, dell’articolo 8 del Dl 16/2012 che ha modificato la normativa sull’indeducibilità dei costi da reato (articolo 14 comma 4 bis legge 537/1993). Sul punto i giudici di legittimità hanno respinto l’impugnazione evidenziando che, anche alla luce della nuova norma, sono indeducibili i costi comunque “riconducibili” alla condotta criminosa, in quanto i costi sostenuti per la realizzazione di una frode carosello sono proprio lo strumento per realizzare l’evasione Iva.
Secondo la pronuncia, poi, la nuova norma non ha operato una depenalizzazione in quanto si è limitata a precisare una regola di accertamento: non concorrono alla formazione del reddito oggetto di rettifica i componenti postivi, direttamente afferenti a spese o altri componenti negativi, relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati entro i limiti dell’ammontare non deducibile.
Dalla sentenza non emerge chiaramente se le società in questione avessero emesso fatture oggettivamente inesistenti ovvero, in tutto o in parte, anche soggettivamente fittizie. Il riferimento alla normativa sui costi da reato, infatti, farebbe presumere la contestazione anche di fatture soggettivamente inesistenti, in quanto come noto, prima delle recenti modifiche normative, l’amministrazione era solita, in questo modo, rettificare anche i costi e non solo l’Iva. Dalla pronuncia emergerebbe che si sia trattato in realtà di fatture oggettivamente inesistenti e che, verosimilmente, non vi era una correlazione tra costi e ricavi fittizi e quindi non avrebbe potuto trovare applicazione la nuova norma.
Se cosi non fosse, la sentenza lascerebbe perplessi. Non si comprenderebbe infatti come sarebbe possibile contestare l’evasione delle imposte dirette mediante l’annotazione di fatture soggettivamente inesistenti atteso che esse ora non comportano più l’indeducibilità e quindi non vi è un indebito risparmio di imposta. Analogamente, il fittizio acquisito di beni, seguito da rivendita dei medesimi, pure falsa, secondo la nuova norma, comporta una rettifica di ricavi favorevole al contribuente fino all’ammontare dei costi non ammessi in deduzione.Ne consegue che anche questa disposizione ha rilevanza ai fini penali perché, tecnicamente, incide sulla quantificazione della imposta (diretta) evasa.
Infatti se l’imposta è pari a zero (ricavi di pari importo dei costi) non si integrerebbero i reati di dichiarazione fraudolenta e di emissione di fatture false, limitatamente alle imposte sui redditi, in quanto verrebbe meno il fine di evasione del tributo diretto.

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