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Costi black list e Cfc, un rebus

Costi black list e Cfc restano un rebus per le imprese. Nonostante la semplificazione degli elenchi dei paesi «paradisiaci», effettuata dal Mef lo scorso 1° aprile in attuazione della legge di stabilità 2015, restano ancora molte le incognite per le società che operano con l’estero. Elevati costi di compliance, difficoltà nell’ottenere la documentazione probatoria dalla controparte estera, poca certezza di operare correttamente e quindi di essere al riparo da possibili contestazioni fiscali. Motivi per i quali i professionisti interpellati da ItaliaOggi Sette chiedono un riordino delle due materie, da realizzare con il decreto attuativo della delega fiscale relativo all’internazionalizzazione delle imprese e alla cooperative compliance.

«Le modifiche vanno sicuramente nella direzione auspicata dai gruppi italiani, ma non risolvono i problemi operativi e non diminuiscono gli oneri di compliance», osserva Paolo Besio, partner di Bernoni Grant Thornton, «per quanto riguarda i costi black list si dovrebbe tornare all’originario ambito applicativo, quello dei rapporti intercompany. I gruppi, infatti, spesso sono impossibilitati a raccogliere dai terzi fornitori le informazioni richieste dall’amministrazione per vincere la presunzione. Inoltre, nei rapporti tra soggetti indipendenti, non si giustifica la presunzione di indeducibilità, nella misura in cui l’operazione è stata realmente posta in essere, soprattutto nel caso di cessione di beni».

Se è vero che, alla luce dello sforzo globale verso la trasparenza, le black list saranno ulteriormente sfoltite nel tempo, al momento restano negli elenchi dei costi indeducibili anche stati che hanno già sottoscritto accordi conformi agli standard Ocse per lo scambio di informazioni con l’Italia. «Pensiamo a Svizzera e Hong Kong, ossia realtà che frequentemente vengono coinvolte negli scambi commerciali, anche con Paesi limitrofi come la Cina», sottolineano Francesco Facchini e Giovanni Barbagelata, soci di Frs, «anche quando dall’altra parte c’è una multinazionale nota in tutto il mondo, l’impresa residente è tenuta a dimostrare l’effettiva sostanza commerciale del fornitore o delle singole operazioni. Un onere che dovrebbe venire meno quando lo scambio di informazioni andrà a regime, dal momento che l’amministrazione finanziaria potrà verificare in qualsiasi momento l’effettività e la congruità dei costi sostenuti dall’impresa residente». Senza dimenticare il tema della decorrenza che, aggiungono i professionisti di Frs, «potrebbe creare un regime transitorio di non facile gestione per l’anno 2015, ossia per le operazioni effettuate prima e dopo l’entrata in vigore delle modifiche alla black list».

Pure con riferimento alla normativa Cfc, gli oneri amministrativi sono piuttosto pesanti. «Oggi siamo di fronte a paradisi fiscali “mezzi buoni” e altri che sono rimasti “cattivi”», aggiunge Massimiliano Sammarco, avvocato fondatore di Ltg, «i nuovi elenchi presentano alcuni disallineamenti rispetto alle convenzioni contro le doppie imposizioni e ai Tiea (tax information exchange agreement) firmati da questi stati. E se per esempio dall’Italia ci spostiamo in Spagna la situazione varia, rendendo ancora più complicata la vita dei gruppi multinazionali. È indispensabile armonizzare le diverse normative Cfc dei diversi paesi europei, come peraltro l’Ocse sta cercando di fare nell’ambito del progetto Beps».

L’esclusione di Malesia, Filippine e Singapore dalla black list Cfc viene accolta con favore, anche se restano ben 52 le giurisdizioni interessate. Più quelle che saranno individuate da un apposito provvedimento dell’Agenzia delle entrate, anche tra paesi che, pur prevedendo tax rate “adeguati” (cioè pari almeno alla metà dell’Ires italiana), offrono particolari regimi di favore ai gruppi internazionali. «La gestione delle Cfc rimane un tema molto impegnativo per le imprese», aggiunge Maricla Pennesi, partner di Baker & McKenzie, «d’altra parte non potrebbe essere diversamente quando è necessario ogni anno confrontare analiticamente il livello di imposizione delle diverse società del gruppo ed eventualmente predisporre gli appositi interpelli. Oggi come oggi comunque la fattispecie internazionale che merita maggiore attenzione è il transfer pricing, anche perché la pratica dimostra che gli accertamenti condotti su tale tematica conducono poi verso anche altre problematiche transfrontaliere (Cfc, stabili organizzazioni ecc.).

La soluzione migliore per le imprese è lavorare a una politica di prezzi di trasferimento ragionevole, con una riorganizzazione sostanziale delle funzioni e dei rischi nei vari paesi in cui l’azienda opera, mantenendo sempre un adeguato e sistematico controllo del potenziale livello di rischio fiscale nelle varie giurisdizioni, Italia compresa».

«L’eliminazione dell’interpello preventivo obbligatorio, annunciata come ipotesi allo studio già qualche mese fa, consentirebbe una gestione più efficiente e meno onerosa delle Cfc», conclude Besio, «la possibilità di gestire la stessa problematica nell’ambito di un ruling internazionale, affrontando al tempo stesso le questioni relative ai costi black list e al transfer pricing applicabili nella stessa operazione agli stessi soggetti, sarebbe sicuramente una soluzione auspicabile».

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