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Costerà 300 miliardi all’anno l’ambizione verde dell’Europa

Tenterà del suo meglio oggi la Commissione europea per aprire la strada a un accordo tra i Ventisette sul futuro della politica ambientale europea, presentando una tabella di marcia che si vuole ampia e ambiziosa. La partita tra gli Stati membri appare però difficile. Il vertice europeo a livello di capi di Stato e di governo domani e dopodomani qui a Bruxelles rischia di mostrare divisioni (in particolare Est-Ovest) su un tema che ha notevoli valenze economiche.

Atteso per oggi è il Green New Deal, ossia il programma comunitario che la nuova presidente dell’esecutivo comunitario Ursula von der Leyen aveva promesso in luglio, al momento della sua elezione da parte del Parlamento europeo. Il tentativo è doppio, e ricalca per certi versi quanto fatto dalla Germania nell’ultimo decennio: cavalcare la nuova sensibilità ecologica per darsi nuovi obiettivi ambientali e nel contempo assicurare nuova lena all’industria e all’economia.

La signora von der Leyen vuole che entro il 2050 l’Unione sia neutrale dal punto di vista climatico (ossia che non produca livelli di gas a effetto serra superiori a quelli assorbibili). Nel contempo vorrebbe rivedere gli obiettivi di riduzione delle emissioni nocive entro il 2030 dal 40 al 50-55%. Come detto, la partita non sarà semplice, nonostante l’appoggio del Parlamento europeo che in una risoluzione in novembre ha parlato di «emergenza climatica» (si veda Il Sole 24 Ore del 29 novembre).

Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, il pacchetto che la Commissione presenterà oggi raccoglie una serie di misure regolamentari e legislative che dovrebbero permettere all’Unione europea di raggiungere questi nuovi obiettivi. Come detto, la tabella di marcia vuole avere uno sguardo ampio, toccare questioni molto tecniche, ma anche scelte più politiche. Riguarderà l’industria, l’ecologia, il digitale, l’agricoltura e avrà anche una valenza di politica estera.

I costi di questa trasformazione economica ed ambientale sono stimati da Bruxelles tra i 200 e i 300 miliardi di euro all’anno. Parallelamente, la signora von der Leyen ha parlato della necessità di promuovere investimenti per 1.000 miliardi di euro da qui al 2030. Consapevole delle difficoltà sociali di darsi un obiettivo così ambizioso, la Commissione proporrà la nascita di un fondo dedicato a una transizione giusta (la stessa signora von der Leyen ha citato la cifra di 100 miliardi di euro).

Al fondo verrà associato un meccanismo più ampio che dovrebbe permettere ai governi di godere di assistenza tecnica e di aiuti finanziari provenienti da altri programmi comunitari. Il Just Transition Fund, come è chiamato in inglese, dovrebbe essere lo strumento per indurre i governi ad accettare l’impegno di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. «Tutto ha un prezzo», ammette ironico un diplomatico, ricordando che in giugno i Ventisette non riuscirono ad accordarsi sull’obiettivo.

Lo sguardo corre ai Paesi dell’Est che temono target ambientali troppo ambiziosi. Le loro economie sono ancora molto debitrici del carbone. Chiedono quindi un fondo ricco e generoso, come è successo ancora ieri durante una riunione ministeriale. Ma per fare cosa? Aiutare la transizione dal carbone o anche dalla produzione ad elevate emissioni nocive, come l’acciaio? E poi, dove trovare i soldi? Dalle scelte dei governi dipende per certi versi la credibilità della nuova Commissione.

Spiegava ieri su Twitter il presidente del Consiglio europeo Charles Michel che «un po’ di lavoro politico è ancora necessario» per raggiungere un compromesso al vertice europeo di questa settimana. Il rischio è che l’impegno del 2050 ne esca annacquato. D’altro canto, la partita ambientale si incrocia con un altro nodo, quello del bilancio comunitario 2021-2027. Il negoziato è in alto mare, non fosse altro perché l’uscita del Regno Unito dall’Unione ha provocato un buco, e complicato la quadratura del cerchio.

«Siamo lontani da un accordo», ha ammesso ieri il ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola. Ha aggiunto un negoziatore: «Spero che il vertice sarà l’occasione per indurre finalmente a un negoziato serio». Berlino insiste perché si trovi una intesa nel primo semestre del 2020, entro la sua presidenza di turno prevista nella seconda parte dell’anno. Dalla sua ha la speranza che i paesi dell’Est non vorranno ritardare i prossimi programmi di spesa da cui dipendono le loro economie.

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