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Così Super-Mario ha aggirato il no tedesco

La Banca centrale europea ha finalmente lanciato il suo programma di acquisto di titoli, per un importo, superiore al previsto, di 60 miliardi di euro al mese, a partire dal marzo prossimo e fino al settembre del 2016, nel tentativo di arginare il rischio di deflazione nell’eurozona e rimettere in moto l’economia. Non solo, ma il presidente Mario Draghi, ha annunciato che l’operazione, che comporta l’acquisto di titoli per oltre 1,1 miliardi di euro, continuerà fino a quando la Bce non abbia raggiunto l’obiettivo di riportare l’inflazione vicina al 2 per cento. Nel mese di dicembre è scesa sotto zero (-0,2%), per la prima volta in cinque anni, e, come ha ammesso ieri lo stesso Draghi potrebbe restare negativa, o molto bassa, per tutto il 2015.

L’annuncio di un programma di quantitative easing (Qe), simile a quello già adottato dalle altre grandi banche centrali nazionali, è arrivato dopo un negoziato molto serrato e una forte opposizione tedesca. Per venire incontro ai timori della Germania che i titoli acquistati, in caso di insolvenza di uno dei Paesi più deboli dell’eurozona, potessero diventare un onere per il contribuente tedesco, la Bce ha stabilito che solo il 20% del rischio di eventuali perdite resti a carico dell’istituto di Francoforte, e quindi condiviso fra tutti i Paesi, mentre il restante 80% verrà attribuito alle banche centrali nazionali, cui verrà dato l’incarico dell’acquisto dei titoli. Gli acquisti verranno effettuati in proporzione della quota dei Paesi nel capitale della Bce. In caso di difficoltà, ha ricordato Draghi, un Paese può comunque far ricorso all’altro piano della Bce, l’Omt, lanciato due anni fa e mai utilizzato, e in questo caso i rischi sono condivisi.
La mancata condivisione del rischio è l’elemento più controverso del Qe europeo. «C’è da chiedersi – dice Guntram Wolff, direttore del think tank di Bruxelles, Bruegel – che ne sia della politica monetaria unica. Si rischia di aprire un vaso di Pandora». Secondo Giuseppe Maraffino, di Barclays Capital, la questione non è un grande problema in un contesto di mercato positivo, in cui si guarda soprattutto alle dimensioni dell’operazione, e all’impatto positivo sulla liquidità, ma rischia di diventarlo in presenza di stress di mercato.
La cifra mensile di 60 miliardi di euro comprende le obbligazioni bancarie garantite (covered bond) e i titoli cartolarizzati (Abs), che la Bce ha cominciato a comprare lo scorso anno – una misura che però non ha dato finora i risultati sperati – e titoli di agenzie sovrannazionali e nazionali europee. Complessivamente, i titoli di Stato acquistati mensilmente, la parte più controversa del programma, dovrebbero essere circa 50 miliardi di euro.
«Gli importi sono superiori alle previsioni – osserva Riccardo Barbieri, della banca giapponese Mizuho – e l’inserimento dei titoli delle agenzie offre alla Bce maggiore flessibilità, soprattutto in Germania, dove le emissioni di debito pubblico sono in calo». L’inclusione di titoli fino a 30 anni, il cui acquisto ha il maggiore impatto, e di quelli indicizzati e a tasso variabile è stata anch’essa salutata con favore dai mercati. Ma soprattutto ha colpito favorevolmente la disponibilità a insistere con il Qe fino al raggiungimento dell’obiettivo, una caratteristica che avvicina l’operazione al Qe3 della Federal Reserve americana, giudicata un successo. Anche l’importo mensile non è lontano da quello della Fed di 85 miliardi di dollari. Secondo Joerg Kraemer, capo economista della Commerzbank, la Bce ha fatto il primo passo verso il Qe, ma non sarà l’ultimo. I mercati sono divisi sull’efficacia della misura nel far risalire l’inflazione: quasi metà degli economisti interpellati ieri in un sondaggio dall’agenzia Reuters ha espresso dei dubbi.
Secondo Wolff, di Bruegel, la Bce «ha sparato il suo bazooka, ma ha anche rilanciato la palla ai governi, sollecitandoli a fare la loro parte, e a farla rapidamente». Draghi ha ricordato che la politica monetaria sarà più efficace quanto più sarà accompagnata dalle necessarie misure in campo fiscale («aggiustamento favorevole alla crescita») e dalle riforme strutturali.
La Bce ha anche aggirato il problema dell’acquisto dei titoli greci, nell’imminenza delle elezioni di domenica in cui il partito favorito dai sondaggi, Syriza, si è dichiarato favorevole alla ristrutturazione del debito. Verranno acquistati solo titoli “investment grade”, il che di fatto escluderebbe Grecia e Cipro, cui verrebbe concessa una deroga in presenza di un programma economico concordato con le autorità europee. Dato che quello di Atene scade a fine febbraio, la condizione imposta dalla Bce rappresenta un forte incentivo al Governo entrante a sottoscrivere un nuovo accordo con i creditori, al quale Syriza è recalcitrante. Inoltre, Draghi ha specificato che la Bce non comprerà più del 33% dei titoli di un singolo emittente: dato che la banca detiene già oggi una quota analoga, per effetto di un precedente programma di acquisto di obbligazioni, non avrà spazio per acquistare nuovi titoli greci prima di luglio, quando una buona parte dei vecchi verrà a scadenza.
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