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Così la Ue vuole ridurre i rischi nelle banche

La Commissione europea ha presentato ieri un atteso pacchetto legislativo che deve servire a ridurre ulteriormente i rischi nei bilanci bancari. Oltre a introdurre nuovi requisiti di capitale e nuovi limiti nell’uso della leva finanziaria, Bruxelles vuole tenere conto delle molte differenze tra le banche in Europa, riducendo gli oneri amministrativi per gli istituti di credito più piccoli. Analisti notano crescenti divergenze nella regolamentazione bancaria a livello internazionale.
«Presentiamo una nuova proposta di riduzione dei rischi nel settore bancario che si basa sugli standard decisi a livello internazionale, ma prendendo in considerazione le specificità del settore bancario europeo», ha detto il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis in una conferenza stampa qui a Bruxelles.
Il pacchetto dovrebbe contribuire a completare l’unione bancaria e in particolare l’introduzione di una garanzia unica dei depositi creditizi, come previsto in origine (si veda l’articolo sotto).
Per migliorare la solidità delle banche, la Commissione propone al Consiglio e al Parlamento di adottare un nuovo coefficiente massimo di leva finanziaria per le banche più grandi pari al 3% del capitale Tier One; regole vincolanti che impongano maggiore equilibrio tra finanziamento a breve termine e prestiti a lungo termine; l’adozione del Tlac (Total Loss Absorbing Capacity, vale a dire una percentuale di fondi propri per meglio assorbire le perdite) nelle banche più grandi.
Esponenti comunitari notavano ieri che quest’ultima misura – associata al Mrel, il requisito minimo di fondi propri per le banche più piccole – dovrebbe consentire il facile contributo di azionisti e obbligazionisti istituzionali nel caso di intervento pubblico in un istituto di credito, evitando situazioni simili a quelle italiane del 2015. Allora, a pagare lo scotto del salvataggio statale furono persone fisiche, per la mancanza di investitori istituzionali.
Sarà interessante capire come reagiranno governi e banche. Da Berlino, Bloomberg ieri sera dava voce a insoddisfazione dell’esecutivo su alcuni aspetti. Da Roma, il direttore generale dell’Associazione bancaria italiana, Giovanni Sabatini, ha commentato: «Bisognerà approfondire i documenti ma a una prima valutazione si tratta di un ulteriore carico per le banche e di inasprimento delle richieste di capitale, in un momento in cui la ripresa è ancora fragile e il contesto internazionale non è facile».
Per rafforzare il ruolo delle banche nel finanziamento dell’economia reale e in particolare delle piccole e medie imprese, l’esecutivo comunitario propone di rivedere il fattore di supporto alle Pmi (Sme Supporting Factor in inglese), eliminando tetti ai prestiti che permettono alla banche di effettuare accantonamenti meno elevati del normale (si veda l’articolo di domenica su ilsole24ore.com). Bruxelles vuole anche eliminare alcuni oneri amministrativi per gli istituti di credito più piccoli.
In una conferenza stampa, il vice presidente Dombrovskis ha confermato che nel quadro dei negoziati sulle regole prudenziali di Basilea III l’Unione è contraria a un aumento dei requisiti patrimoniali che possa incidere indirettamente sulla crescita economica. Sullo stesso argomento e con la stessa posizione si è espresso ieri anche il Parlamento europeo in sessione plenaria a Strasburgo, che ha approvato una risoluzione già votata in commissione (si veda Il Sole/24 Ore dell’11 novembre).
Le nuove regole più restrittive sono pensate per i 13 istituti sistemici (Unicredit in Italia), ma «si applicheranno anche alle banche di paesi terzi con forte presenza nel territorio della Ue», ha detto l’ex premier lettone. La decisione non è dissimile da quella presa di recente negli Stati Uniti, ma secondo alcuni analisti è più inflessibile di quella americana quando messa in pratica. Più in generale, le eccezioni volute dalla Commissione segmentano in qualche modo la regolamentazione internazionale.
L’organizzazione Finance Watch faceva notare ieri «la chiara disponibilità» delle autorità comunitarie «a deviare dagli standard internazionali». Più in generale, c’è «la dominante preoccupazione di mantenere o di migliorare la competitività delle banche europee rispetto ai concorrenti a livello mondiale».
Finance Watch si lamentava del fatto che «il clima di cooperazione internazionale nella regolazione bancaria si è raffreddato. Le azioni politiche sono guidate sempre più da priorità domestiche».

Beda Romano

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