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Così la liquidazione può dribblare le società di comodo

Non è raro che una società cessi l’attività detenendo ancora dei beni strumentali. In questi casi, ora che si avvicina la fine dell’esercizio 2014, va valutato il tax planning alla luce della normativa sulle società di comodo. Questa “tagliola”, infatti, colpisce in modo particolare i soggetti che hanno ancora iscritti nell’attivo patrimoniale beni mobili e – soprattutto – immobili e che non presentano ricavi significativi. Per le società che hanno terminato l’attività nel 2014 può infatti scattare il test di operatività, cioè il confronto tra i ricavi figurativi determinati con le percentuali di cui all’articolo 30 della legge 724/94 e quelli effettivi.
Più sfumata – nell’ipotesi in esame – è l’altra causa di innesco della normativa sulle società di comodo, cioè la reiterazione della perdita fiscale, almeno per le società che prima di cessare di fatto l’attività producevano utili; anche perché, con l’approvazione del decreto semplificazioni, il periodo di reiterazione della perdita considerato sale a cinque periodi d’imposta.
I rimedi per “disinnescare” il test di operatività consistono nella ricerca di una causa di esclusione – tra le 11 proposte nel citato articolo 30 – o di una causa di disapplicazione tra quelle riconducibili al provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 14 febbraio 2008. Tar queste ultime, una via di uscita “civilistica” è la delibera di messa in liquidazione della società: l’articolo 30 non si applica infatti alle società che assumono l’impegno di cessare l’attività di liquidazione, con cancellazione al registro delle imprese, entro il termine per la consegna della dichiarazione dei redditi successiva a quella nella quale l’impegno è stato assunto. Questa soluzione presenta in realtà un’efficacia parziale, nel senso che non vengono esclusi tutti i periodi interessati dalla declatoria di società di comodo. Infatti, in base all’articolo 1, lettera a) del provvedimento direttoriale, i periodi d’imposta “salvati” dalla normativa delle società di comodo sono quello nel corso del quale è assunto l’impegno, quello precedente e quello successivo.
Per le società che deliberano ora la messa in liquidazione, l’impegno alla cancellazione verrà formalizzato in Unico 2015, quindi i periodi d’imposta esclusi sono il 2015, quello precedente che va dalla data di messa in liquidazione (poniamo 5 novembre 2014) al 31 dicembre 2014, e quello successivo, cioè il 2016. Resta invece il problema per la frazione di periodo d’imposta che va dal 1° gennaio 2014 alla data di messa in liquidazione, periodo che subisce gli effetti dello status di comodo. È chiaro che il problema si acuisce se quest’ultimo periodo d’imposta è il terzo consecutivo di comodo, poiché in questo caso un eventuale credito Iva verrebbe definitivamente azzerato.
La conferma che questa tesi interpretativa sia corretta è data dall’incipit dell’articolo 1, lettera a) del provvedimento 14 febbraio 2008, in cui si dice testualmente «Le società in stato di liquidazione…», il che attesta che la causa di disapplicazione è stata pensata più che altro per le società che già si trovano in liquidazione. In effetti, per queste ultime l’efficacia è piena poiché il periodo 2014 non è frazionato e quindi se si assume l’impegno alla cancellazione “veloce” nel modello Unico 2015, sarà l’intero 2014 (periodo precedente a quello di assunzione dell’impegno) a essere escluso.
In definitiva, la messa in liquidazione ora è una soluzione parzialmente efficace poiché lascia scoperta una frazione significativa dello stesso anno 2014. Resta poi da valutare se la cancellazione nei tempi rapidi previsti dal provvedimento 2008 sia ipotesi attuabile, specie per le società con immobili la cui dismissione non è agevole in questo contesto economico. Laddove l’impegno non sia rispettato, infatti, cioè la società risulti non cancellata (nell’esempio proposto, entro il 30 settembre 2016), i periodi precedenti vengono considerati retroattivamente di comodo (come ha ricordato la circolare 9/E/2008, paragrafo 6), senza chiarire, però, se da questa riqualificazione retroattiva possano emerge sanzioni e interessi.

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