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Così la legge Fornero non aiuta il lavoro

È stato uno dei provvedimenti più discussi del governo Monti. E ora l’argomento diventa uno dei temi della campagna elettorale. Posizioni diverse, ma comune denominatore: la riforma del mercato del lavoro va modificata, se non addirittura messa del tutto da parte, come dice il centro-destra.
Obiettivo di Mario Monti, come aveva annunciato nei primi discorsi in Parlamento, era superare il dualismo tra chi è dentro il mercato del lavoro, e beneficia di molte garanzie, e chi è invece fuori, bloccato nella precarietà. Buone le premesse, quindi. Negativi però i risultati. La legge non funziona, ha irrigidito il mercato del lavoro, condizionando e aumentando i costi della flessibilità in entrata, a danno dell’occupazione. In una fase di crisi, tra l’altro, in cui la domanda di lavoro è bassa. Sta di fatto che il contratto di apprendistato, che doveva essere la via maestra all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, non decolla; i vincoli dei contratti a progetto, dei contratti a termine rendono le imprese molto prudenti, se non proprio restie ad utilizzarli. E gli interventi sui voucher, diffusi in agricoltura, li hanno resi praticamente inutilizzabili. Così come le condizioni messe sulle partite Iva, e il rischio che scatti la presunzione di lavoro subordinato se non si rispettano tutti i paletti, tengono le aziende lontane. A danno di chi cerca lavoro. Bisogna cambiare, visto anche l’aumento forte della disoccupazione. Per il ministro del Welfare, Elsa Fornero, non può essere la sua riforma, entrata in vigore a luglio dell’anno scorso, ad aver provocato la crescita dei disoccupati. Ma è un dato di fatto che le imprese, davanti all’irrigidimento delle regole, alla loro complessità e alla difficile congiuntura, hanno preferito tagliare. Anche perché la minore flessibilità in entrata non è stata bilanciata da una adeguata flessibilità in uscita.
Il decreto Sviluppo, varato a luglio, proprio in contemporanea rispetto all’entrata in vigore della riforma, ha già introdotto una serie di alleggerimenti sui punti più contestati, contratti a termine, partite Iva, somministrazione, ma ha creato moltissimi distinguo che hanno resto il quadro complessivo assai complicato.
Il nuovo contratto a tempo determinato è uno dei punti su cui le aziende sollevano più riserve. Tra l’altro i dati vedono l’Italia più in basso rispetto agli altri paesi (12,8% noi, 14,7 la Germania, 15% la Francia, 24,9 la Spagna). Il costo è stato aumentato dell’1,4% a carico delle imprese per finanziare l’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione. Non serve il cosiddetto “causalone” ma il contratto non deve durare più di 12 mesi e non è rinnovabile (può proseguire oltre la scadenza fino a 30 o 50 giorni se la durata iniziale è inferiore o non oltre i 6 mesi). Tra un contratto a termine e l’altro devono passare 60 giorni per i rapporti fino a 6 mesi e 90 per quelli oltre (il decreto Sviluppo ha inserito modifiche per gli stagionali). Sull’apprendistato è stata posta la condizione che debbano essere confermati almeno il 30% dei rapporti di apprendistato cessati nei 36 mesi precedenti alla data di assunzione, percentuale che sale al 50% dal 2015. Inoltre è rimasto in piedi il problema del rapporto con le Regioni per la formazione: questa tipologia di contratto, quindi, non decolla.
Sulle collaborazioni a progetto, si sono stretti i vincoli sul progetto (deve essere unitario, prima si poteva fare un contratto per singoli segmenti). E anche sulle partite Iva c’è stato un complesso giro di vite: senza particolari requisiti scatta la presunzione di lavoro subordinato. A questo si aggiunge la preoccupazione delle parti sociali che il nuovo meccanismo di tutele sia adeguato in questa fase di grave crisi economica. Tutti problemi che il prossimo governo si troverà sul tavolo.

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