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Così il rialzo dei tassi BTp può intaccare il capitale delle banche

Bilanci e mercati. Gli istituti italiani non hanno problemi con gli attuali livelli dei rendimenti dei titoli di Stato, anche se subiscono una penalizzazione sui coefficienti patrimoniali di 28 punti base
Così il rialzo dei tassi BTp può intaccare il capitale delle banche
Quanto costa l’aumento dello spread alle banche italiane? Per tutte le banche italiane, l’impatto di un allargamento dei tassi tra Btp e Bund rimane una questione gestibile. Avendo resistito del resto a picchi ben peggiori (si pensi ai 575 punti base del novembre 2011), si capisce come la fiammata di ieri a oltre 160 punti base possa presentare ben pochi grattacapi. Almeno per ora.
Certo è che un effetto c’è. Le banche italiane detengono BTp per oltre 400 miliardi, «pari al 10% in media dei loro attivi totali, con punte superiori al 18% per alcune quotate, e al 95% del loro patrimonio», ricordava ieri Marco Sallustio, analista di Icbpi. Un aumento dei tassi dei titoli di Stato, e il coincidente calo dei prezzi dei titoli, va a impattare negativamente sul valore del portafoglio stesso. Ma, indirettamente, anche sul capitale stesso degli istituti. Non proprio una bellaprospettiva, in una fase come quella attuale, in cui le banche sono messe già duramente alla prova sul fronte del rafforzamento dei requisiti di capitale.
Tutto nasce dal meccanismo di contabilizzazione delle plusvalenze sui BTp. In sintesi, le banche italiane registrano virtualmente nel capitale Cet 1 (fully loaded) le plusvalenze “latenti” sui titoli destinati alla vendita: si tratta del cosiddetto portafoglio Available for sale, o Afs. Poichè i titoli in questo portafoglio vengono valutati al valore di mercato (mark-to-market), più i BTp perdono di valore, più si riduce il valore della riserva Afs. Ma nel contempo si riduce anche il capitale, di cui la riserva Afs è una componente non trascurabile. Ebbene: se è vero che per tutti gli scorsi trimestri la riserva Afs era aumentata, grazie agli acquisti massicci di titoli di Stato effettuati dalla Bce, nell’ultimo trimestre il vento è cambiato. L’aumento dello spread di 45 punti base nel secondo trimestre provocato dall’allarme Grecia, ha calcolato Deutsche Bank, si è tradotto in media in un impatto negativo sul Cet 1 di 28 punti base per singolo istituto, che va a ridurre l’11% circa di Cet1 medio di partenza del settore. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche le stime di Equita o di Mediobanca.
«La variazione della riserva Afs dovuta all’allargamento degli spread sui Btp dovrebbe comportare un effetto negativo, ma complessivamente contenuto per Intesa Sanpaolo e UniCredit», spiega Paola Sabbione, analista di Deutsche Bank. Complice una buona diversificazione del portafoglio titoli di Stato, entrambe le banche lascerebbero sul terreno lo 0,1% del loro Cet 1 ratio.
Secondo le stime, Intesa registrerebbe un delta negativo di 330 milioni di euro nel secondo trimestre, che andrebbe solo a intaccare gli oltre 1,2 miliardi delle riserve del primo trimestre. Per UniCredit le minor plusvalenze sarebbero pari a 371 milioni, contro i 2,38 miliardi del periodo precedente. Numeri, insomma, più che assorbibili.
Un po’ più rilevanti invece sarebbero gli effetti per le banche popolari: nel secondo trimestre, segnala Deutsche Bank, il “caro-spread” legato alla Grecia sarebbe costato al Banco lo 0,4% del suo Cet1, a Ubi lo 0,5%, Bpm lo 0,3%. «Numeri che però sarebbero parzialmente o interamente compensati – dice Sabbione – dai profitti derivanti dalla cessione dell’Istituto centrale delle banche popolari», “gioiello” che le banche proprietarie hanno appena venduto ai fondi di investimento per una cifra compresa tra i 2 e 2,15 miliardi proprio per rimpinguare il capitale.
Va detto che l’effetto negativo sul capitale della fiammata dello spread è virtuale, perchè assolutamente reversibile. Qualora lo spread tornasse a stabilizzarsi per le banche italiane non ci sarebbero altri effetti negativi, mentre se le cose in Grecia si rimettessero a posto e lo spread tornasse a scendere, i prezzi dei BTp salirebbero e gli effetti negativi sul capitale svanirebbero.
Tuttavia esiste anche l’opzione opposta: e cioè che il caos greco possa trascinarsi. In questo caso, spiegava ieri Equita in un report, un allargamento ulteriore di 10 punti base nello spread potrebbe comportare per le banche una diluzione di 6 punti base sempre in termini di Cet1 in prospettiva. A essere più esposte sono Mps (-22 punti aggiuntivi per ogni 10 punti base di aumento dello spread) e Creval (-14bps), mentre «più bassa è la sensibilità di banche relativamente meno esposte ai titoli italiani, come Credem, Mediobanca e UniCredit».
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