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Così i mercati sfidano le Banche centrali

Banche centrali, se ci siete battete un colpo. Sembra proprio questo il messaggio che i mercati stanno inviando in modo neanche poi così velato nelle ultime due settimane alla Federal Reserve, alla Banca centrale europea e a quella del Giappone. Quasi un modo per mettere alla prova la loro reale volontà di agire per tenere sotto controllo le turbolenze sui listini: una sfida (molto pericolosa e costosa) a spingerle a garantire un’altra ondata di quella liquidità che aveva alimentato la pluriennale fase rialzista bruscamente interrotta nel 2016.
L’occasione per capire cosa ne pensa la Fed è immediata, perché questa sera il presidente Janet Yellen si presenterà al Congresso Usa nella consueta testimonianza semestrale sulla politica monetaria. Inutile dire che tutte le antenne saranno puntate verso Washington e che le attese sono particolarmente elevate, forse fin troppo. Che i toni saranno estremamente cauti è fuori discussione, vista la situazione che si è creata di recente a livello finanziario, ma anche economico. Più difficile invece ipotizzare una vera e propria marcia indietro sul sentiero di rialzo dei tassi imboccato a dicembre e tracciato per tutto il 2006 (4 ulteriori strette, una già a marzo).
Se infatti è vero che proprio ieri la Casa Bianca ha ridotto le stime sulla crescita Usa al 2,6% per l’anno in corso e per il prossimo, occorre anche considerare che nonostante la recente frenata la Fed non è poi così lontana dai propri obiettivi e ha di fronte un mercato del lavoro che pare ancora in salute come dimostrano i dati sui volumi delle offerte di lavoro, sulle assunzioni e sul turnover (conosciuti con l’acronimo Jolts) diffusi ieri. A dicembre sono stati creati 5,6 milioni di nuovi posti, il secondo migliori risultato di sempre, mentre il numero dei licenziamenti (separazioni consensuali da parte dei dipendenti) è salito a 3,1 milioni, il massimo da fine 2006.
A dispetto delle apparenze, quest’ultima è un’indicazione positiva perché, come spiega Harm Bandholz di UniCredit Research, «suggerisce che il numero di opportunità più profittevoli per i lavoratori sta crescendo e che il mercato si avvicina alla piena occupazione», e non è da sottovalutare vista la particolare enfasi che Yellen riserva a questa serie di dati che di solito finiscono invece in secondo piano rispetto alle altre statistiche del dipartimento del Lavoro diffuse venerdì scorso.
I più scettici obiettano però che queste cifre rappresentano tipicamente un indicatore ritardato, e che nell’ultimo mese e mezzo la situazione generale si è notevolmente deteriorata. «La volatilità alla quale abbiamo assistito a gennaio – conferma Luke Bartholomew di Aberdeen Am – ha determinato un significativo inasprimento delle condizioni finanziarie. Probabilmente questo non riflette un’economia americana più debole, ma i mercati hanno l’abitudine di creare profezie che si autoalimentano: grandi sell-off possono colpire l’economia e questa stessa può creare le condizioni che giustificano le svendite».
Anche per questo, segnala ancora Bartholomew, «le possibilità che la Fed possa alzare i tassi in marzo e per quattro volte durante quest’anno sono definitivamente tramontate» e quindi Yellen «probabilmente accennerà al fatto che il percorso dei tassi sarà più semplice di quello lungo con il quale la Banca centrale Usa ha accompagnato i mercati finora». Il problema è che gli investitori hanno attese decisamente meno aggressive: a malapena un ritocco all’insù nel resto del 2016, e qualcuno intravede già la quarta puntata del quantitative easing. Sempre ieri l’ex banchiere centrale Naranyana Kocherlakota, appena uscito dal Board Fed, sosteneva che «portare i tassi negativi sarebbe una mossa di politica monetaria audace, ma appropriata». Convincere i mercati, per Yellen, non sarà certo un compito semplice.
BoJ e Bce hanno più o meno gli stessi problemi: Tokyo ha visto volatilizzarsi in poche sedute gli effetti del taglio dei tassi sulla Borsa e soprattutto sullo yen, di nuovo ai massimi da ottobre sul dollaro. La valuta è tornata a essere un problema anche per Francoforte, che ha visto l’euro issarsi oltre 1,13 dollari e volare ai massimi da oltre un anno su base globale. Ufficialmente il cambio non è obiettivo Bce, sorprende tuttavia il silenzio dei banchieri sul tema fino al momento. Ragionando ancora in chiave europea, dove l’attacco dei mercati pare evidente è sui titoli di Stato della «periferia»: l’allargamento degli spread di BTp e soci sta indebolendo l’ombrello Bce costruito dal «whatever it takes» in poi e indirettamente prova a forzare la mano all’Eurotower in vista del Consiglio che si terrà fra un mese esatto. Dopo lo scivolone di dicembre, anche Draghi avrà il suo bel da fare se vuole evitare di deludere nuovamente gli investitori.

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