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Così Frau Merkel vuole cambiare i Trattati

di Danilo Taino

Beh, forse Angela Merkel non è la signora Nein della quale si parla da mesi. Forse non è la frenatrice di tutte le proposte (spesso impresentabili) di risoluzione della crisi del debito europeo. Non solo perché, giovedì scorso, ha lasciato Bruxelles, alla fine della maratona del Consiglio europeo, con una vittoria su quasi tutta la linea e con un accordo insufficiente ma che comunque ha dato respiro ai mercati. Piuttosto, perché sta mostrando di avere quello che la gran parte dei commentatori insiste a sostenere che non possiede, cioè un minimo di visione del futuro. Una notizia che nei giorni scorsi pochi hanno notato potrebbe avere conseguenze enormi per il futuro dell'Eurozona e dell'Unione europea.
Scenario
Si tratta di questo. Dal 13 al 15 novembre, la Cdu, il partito della Cancelliera, terrà a Lipsia la sua conferenza annuale. Bene: la settimana scorsa la direzione dei cristiano-democratici tedeschi ha approvato una risoluzione, da presentare alla conferenza, nella quale prevede una riforma dei Trattati che è probabilmente il progetto politico più radicale che un partito europeo di governo abbia avanzato da anni. Un partito che, tra l'altro, quasi certamente sarà il cuore dei governi futuri nel Paese più importante d'Europa. La proposta della Cdu — che sembra condivisa anche dai liberali tedeschi e potrebbe non essere respinta in toto nemmeno dalle opposizioni socialdemocratica e verde — ha in sostanza l'obiettivo di colmare il vuoto micidiale che chi progettò l'euro negli Anni Novanta ha lasciato e che è alla radice della crisi in corso: intende creare quel governo politico comune almeno dell'economia senza il quale l'unione monetaria ha dimostrato di non potere funzionare.
Le proposte che usciranno da Lipsia sono parecchie. La più eclatante è probabilmente quella che prevede l'elezione diretta da parte dei cittadini europei del presidente della Commissione Ue. E' un passaggio che i federalisti evocano da tempo e che ora viene messo sul tavolo del Vecchio Continente.
Tecnico
Non è detto che Frau Merkel sia del tutto entusiasta di questa particolare proposta, fatto sta che la direzione della Cdu l'ha voluta. La risoluzione, poi, prevede la formazione di un Fondo monetario europeo, probabilmente la fusione dell'attuale fondo salva-Stati Efsf con il futuro Esm più una serie di indirizzi di politica finanziaria ai 17 membri dell'Eurozona. L'organismo sarebbe tecnico e non politico. Si prevedono poi regole tese a rafforzare e a rendere efficace il Patto di stabilità previsto dal Trattato di Maastricht, compreso il fatto che tutti i 17 mettano in costituzione, sul modello tedesco, i «freni del debito», cioè l'obbligo di pareggiare ogni anno il bilancio pubblico.
Il rispetto delle regole — continua il documento della Cdu — dovrebbe essere garantito, con poteri di imposizione e di sanzione, dalla Corte di Giustizia europea. Quindi su basi oggettive e non soggetto a contrattazione politica tra governi come invece è avvenuto finora. L'emissione di Eurobond viene invece esclusa, in quanto costituirebbe una garanzia che alcuni Paesi danno sul debito di altri Paesi, il che incoraggerebbe l'azzardo morale, cioè incentiverebbe gli indisciplinati in fatto di bilancio a continuare a esserlo. La Banca Centrale Europea, infine, deve restare indipendente dalla politica e i suoi acquisti di titoli di Stato (quelli in corso ora sulle obbligazioni pubbliche italiane e spagnole) sono considerati ammissibili solo come intervento di ultima istanza e temporaneo. Il fatto che rende ancora più interessante per l'Europa quello che sta bollendo nella pentola cristiano-democratica tedesca, e più in generale in Germania, è che la signora Merkel avrebbe intenzione di porre la questione al vertice di dicembre dei leader europei, insistendo sul fatto che, per quanti salvataggi finanziari si siano fatti e si facciano, la soluzione della cisi può avvenire solo agendo sulle sue cause, cioè sulla mancanza di una governance economica dell'Eurozona da affiancare a quella monetaria garantita dalla Bce. Il che significa cambiare i Trattati, in particolare quello di Lisbona. Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle (liberale) ha proposto una convenzione europea per riscriverli, da convocare al più presto e con l'obiettivo di arrivare a un testo di modifica in un anno di lavori.
Difficoltà
Cambiare i trattati non sarà un pranzo di gala. Innanzitutto, la Cancelliera dovrà convincere gli altri capi di Stato e di governo della Ue. E la maggioranza di essi è terrorizzata all'idea di affrontare una nuova via crucis: ratificare un trattato, ammesso che si riesca a trovare l'accordo sul suo contenuto, per alcuni significherebbe affrontare un referendum popolare e per tutti vorrebbe dire convincere della necessità di avere più Europa opinioni pubbliche spesso ostili e sempre meno europeiste. La Francia è per ora freddissima all'idea. Anche il governo italiano non ha mostrato di apprezzare.
Quello che sostengono i tedeschi è però che il salto di qualità che l'Europa oggi è costretta a fare se vuole sopravvivere non può non passare da un processo democratico. Un'unione politica non si può ottenere attraverso il metodo usato finora dalle élite europee, cioè mettendo i cittadini del continente di fronte al fatto compiuto. Si tratta, per dire, di chiedere ai tedeschi di aiutare i greci e gli italiani, e agli italiani e ai greci di adeguarsi alle regole che vogliono i tedeschi. Senza un processo democratico si scatenerebbero rivoluzioni. La stessa Germania, per demandare ulteriori poteri all'Europa, dovrà quasi certamente cambiare la costituzione, dal momento che la sempre attentissima Corte costituzionale ha dichiarato che il limite massimo di cessione di poteri all'Europa, ammissibile con la Legge fondamentale, è già stato raggiunto.
La sfida è eccezionale, come d'altra parte è eccezionale la crisi che l'Eurozona sta vivendo. Le probabilità che il progetto di Frau Merkel finisca nella sabbia dei veti degli altri governi o che si frantumi contro l'ostilità delle opinioni pubbliche sono altissime. In più, la strada indicata dalla Cdu apre un altro grande problema. Se si dà un governo politico-economico alla zona euro, cosa succede ai Paesi della Ue che non ne fanno parte, cioè che non usano l'euro, per esempio Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Stati ex comunisti dell'Est? La settimana scorsa, mentre i leader dell'Eurozona preparavano l'ennesimo piano di salvataggio, il primo ministro britannico David Cameron invitava a cena i colleghi di Svezia e Polonia, per sottolineare la preoccupazione di chi teme che il rafforzamento dell'Eurozona sulla base di nuovi trattati divida definitivamente in due la Ue.
La sfida lanciata dalla Cancelliera è ambiziosissima e quasi suicida. Racconta anche che i padri «visionari» dell'euro vollero la moneta unica anche per europeizzare la Germania e ora assistono a un'Europa in via di germanizzazione.

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