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Così FonSai truccava le riserve

L’intera inchiesta della procura di Torino, che ha portato all’arresto di tutti i componenti della famiglia Ligresti, ruota attorno a una «cronica carenza delle riserve sinistri». Carenza che, stando alle carte, avrebbe cominciato a diventare tema sensibile a partire dal 2008 per esplodere poi nel bilancio 2010. Il quesito chiave, al quale la magistratura ha tentato di rispondere dopo aver definito l’ammontare del buco (538 milioni), è come e con quanta consapevolezza Fondiaria Sai, il vertice e i soci, abbiano «aggiustato» le riserve. Per ricostruirlo i giudici puntano il dito su alcuni prassi «curiose» adottate dalla compagnia, come la modificazione dei criteri di determinazione delle riserve rispetto agli anni precedenti. E in quest’ottica andrebbe letto il ricorso nel 2010 all’unico modello in grado di sostenere una minor quantificazione delle «garanzie», ossia il così detto Fisher Lange. A ciò si aggiugono altri due aspetti: l’impennata delle «riaperture», ossia dei fascicoli, prima archiviati come “senza seguito”, che il liquidatore chiude ritenendo insussistenti le pretese ma che poi deve riaprire perchè il danneggiato avanza delle rivendicazioni; e il balzo della velocità di liquidazione e di eliminazione, salita a un tasso rispettivamente del 79% e dell’81% (bilancio 2008), ossia 6-7 punti percentuali sopra la media del mercato. Due fattori che, combinati assieme, come si evince da una deposizione, sono «la prova di una profonda anomalia di un dato tecnico importante ai fini della valutazione della riserva sinistri in bilancio». Per capirci, le riaperture, negli esercizi 2008 e 2009 avevano raggiunto la percentuale del 30% rispetto ai sinistri da pagare, contro un dato di mercato «inferiore al 15%».
Ma questo a cosa serviva? Archiviare un sinistro come “senza seguito” significa non dover segnare a bilancio alcuna riserva a copertura di quella pratica. Se sarà riaperto, la questione si affronterà nel bilancio successivo. Di fatto si cerca di postporre l’evento. A questo si abbinava un’altra prassi aziendale denominata «offro e chiudo» e che, stando alle carte, era «univocamente finalizzata all’abbattimento delle riserve sinistri». In un’intercettazione, quella prassi viene definita «uno scandalo» poiché serviva «per aumentare la velocità di liquidazione» e di conseguenza per «chiudere il maggior numero di sinistri» il che implicitamente permetteva di abbattare il numero di «sinistri da riservare».
Questo di fatto è quanto accade con i bilanci 2008 e 2009. Ma i nodi arrivano al pettine con i conti del 2010. Nodi che la società, secondo la teoria della procura, cerca di sciogliere utilizzando come unica metodologia per il calcolo delle riserve il sistema Fisher Lange. Sistema assolutamente previsto dalla normativa che, tuttavia, come spiega un testimone «è l’unico in grado di sostenere una minore quantificazione delle riserve». Il metodo, normalmente, viene impiegato ma il risultato finale che fornisce viene poi mediato con l’esito che emerge dall’applicazione di un altro modello, il Chain Ladder, molto più rigoroso. Peraltro, negli anni precedenti al 2010, Fondiaria Sai aveva tenuto conto anche delle evidenze risultanti dalle altre metodologie. Dunque, perché questo cambio di rotta? Dalle testimonianze emerge che per i bilanci 2007 e 2008, a posteriori, vennero ravvisate carenze di riserve per 500 milioni e che ciò venne posto all’attenzione del vertice della società. Vertice che si convinse che quel problema poteva essere «sistemato» a bilancio. In che modo? Il Fisher Lange «era l’unico modello in grado di garantire i risultati che si intendeva conseguire». Su quali fossero questi risultati, alcuni teste lo spiegano senza mezzi termini: «Agli amministratori interessava un dato finale che fosse coerente con il piano industriale, indipendentemente da come poi sarebbe stato conseguito quel risultato purché costruito in modo accettabile». E ancora: «Segnalo come vi fosse il solo interesse a consentire dividendi per Premafin e che conseguentemente la voce relativa alle riserve fosse la voce più comprimibile». E la tabella in pagina lo dimostra: in sette anni sono stati versati alla holding della famiglia Ligresti 253 milioni di euro sotto forma di cedole.

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