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«Così entro quattro anni riporterò Pirelli in quotazione»

Con il delisting e l’ultima trimestrale appena approvata Pirelli esce dalla visuale di Piazza Affari. Non comunque un addio, ma un arrivederci. «Entro quattro anni Pirelli tornerà in Borsa», conferma Marco Tronchetti Provera, ceo del gruppo alla cui presidenza è approdato il partner cinese Ren Jianxin.
In Piazza Affari, in dual listing o altrove?
Sarebbe auspicabile anche in Piazza Affari, ma dipenderà dalle condizioni dei mercati. Tutto cambia molto rapidamente ed è troppo presto per dirlo.
Tra quattro anni la riporterà lei in Borsa?
Godo di tutta l’autonomia per decidere il momento opportuno per la riquotazione. Credo ci vorranno tre-quattro anni per avere un’azienda in piena velocità.
Ma ci sarà anche la cordata dei soci italiani o si approfitterà della quotazione per vendere?
Gli accordi sono stati stipulati nell’ottica della continuità.
Vi aspettavate un’adesione così massiccia all’Opa?
Era quello che ci aspettavamo. C’è stato un raddoppio della capitalizzazione di Pirelli negli ultimi tre anni. Abbiamo fatto una proposta che ritenevamo corretta e il mercato l’ha accettata.
Quest’estate c’è stato però anche il rallentamento della Cina che può aver influito sull’appeal dell’offerta. Per voi ora i 15 euro dell’Opa rappresentano, come base di partenza, un livello particolarmente sfidante.
Alla base di ogni progetto industriale c’è un’ottica di medio-lungo periodo. Si pensa ai prossimi decenni, non ai prossimi mesi.
Come avete interpretato l’incursione dell’hedge fund di John Paulson? Ha denunciato il possesso di una quota importante e sul mercato c’era chi pensava ci fosse dietro un disegno alternativo. Poi, invece, ha consegnato le azioni in Opa.
È?un comportamento tipico degli operatori finanziari in presenza di Opa. Ma non penso che i fondi di Paulson abbiano investito a prezzi superiori a 15 euro.
Ma non hanno spuntato nulla più di quello.
La nostra era un’operazione che non lasciava spazi di natura negoziale, nè sul prezzo, nè sul progetto.
Comunque alla fine Pirelli è stata ritirata dal listino. Cosa farete nei prossimi tre-quattro anni?
Adesso partiamo con l’analisi delle sinergie, poi affronteremo il capitolo della valutazione delle diverse attività nel segmento industrial con l’obiettivo di massima di arrivare a fonderle per fine 2016, inizio 2017. A quel punto si dovrebbe essere pronti per il primo piano industriale con orizzonte triennale. Nella parte consumer intanto andiamo avanti con il piano presentato a Londra nel 2013. Se la società fosse rimasta quotata il processo di integrazione industriale sarebbe stato meno spedito.
Che Pirelli rientrerà in Borsa tra qualche anno?
Con la fusione la parte industrial di Pirelli sarà quotata a Shanghai dove è già presente Aeolus(pneumatici per autocarri e mezzi pesanti, ndr.). Tra qualche anno tornerà invece in Borsa, rafforzata, la parte di Pirelli consumer (pneumatici per autovetture, ndr.) con la partecipazione nella società industrial, che avrà cambiato nel frattempo dimensioni e mix geografico. Cinque anni fa il gruppo Pirelli originava in America latina il 34% dei ricavi e il 60% dell’Ebit, due anni fa il 36% dei ricavi ma il 43% del risultato operativo. Oggi il peso dell’America Latina è inferiore al 30% sul fatturato e intorno al 20% sull’Ebit. Il margine Ebit del gruppo è salito negli ultimi cinque anni dal 10% al 15%, prima degli oneri non ricorrenti. Il contributo dell’America Latina, come emerge da questi numeri, si è ridotto molto. La parte industrial, che ancora dipende per oltre il 50% dal Sud America, ha una marginalità intorno all’8%, la metà rispetto al 16% del segmento consumer. Nella parte consumer c’è stata una spinta verso il segmento premium e un bilanciamento della distribuzione geografica. Ora, l’integrazione con ChemChina delle attività industrial consentirà anche a questo segmento di ribilanciarsi dal punto di vista geografico, con una porta spalancata sulla Cina e i mercati asiatici, di aumentare la potenziale capacità produttiva da 6 a 16 milioni di pezzi e di passare dalla 14-esima posizione al mondo alla quarta.
Contatti col mercato li terrete comunque o tra quattro anni sarà tutta una sorpresa?
Continueremo a mantenere un rapporto trasparente col mercato. Anche per questioni oggettive. A seguito della prevista fusione con Bidco (il veicolo dell’Opa, ndr), infatti, l’indebitamento netto di Pirelli salirà a circa 5 miliardi e la prossima primavera ci sarà l’esigenza di rifinanziarlo anche con l’emissione di bond che richiederanno un rating.
A riguardo, quali sono le previsioni di rientro del debito?
Con la prevista fusione tra Bidco e Pirelli la leva sarà dell’ordine di 4,2 volte l’Ebitda, nell’arco di quattro anni scenderà intorno a 2,5 volte.
Come è stato l’arrivo del socio cinese?
Da anni dicevo che nella parte industrial non ci saremmo potuti sviluppare su scala adeguata contando solo sulla tecnologia e la crescita interna. Avevo individuato la necessità di un partner in Asia, perchè è l’area del mondo a più alta potenzialità di crescita infrastrutturale e dove non avevamo una presenza sufficiente. Abbiamo valutato diverse opzioni e alla fine abbiamo scelto ChemChina che ci dava la possibilità di acquisire un mercato e una produzione locale, combinandoli con il network globale di Pirelli. In più è affidata a noi la guida del progetto. Le difficoltà delle integrazioni industriali sono sempre legate alla combinazione di diverse culture aziendali e di management.
Qui invece le “gerarchie” sono chiare, dice lei. Ma a proposito di cultura non è un paradosso che un gruppo come Pirelli, storico marchio dell’imprenditoria privata italiana, si ritrovi ad avere un azionista di maggioranza pubblico cinese?
Intanto, tutte le società che controllano Pirelli si trovano in Europa e in Italia. La governance è chiara, lo statuto dà garanzie: per cambiare occorre più del 90% dei voti. E poi c’è la volontà dell’azionista cinese di valorizzare la componente privata. Ci sono tre società di pneumatici che sono al 100% statali: Pirelli le aggrega e le porta dentro Aeolus, che è quotata. Si potrebbe dire che le “privatizza”. Non si tratta della vendita delle attività di Pirelli a terzi, ma dell’acquisizione di attività industriali da parte di Pirelli che ha alle spalle un azionista forte, il quale la vuole riportare sul mercato.
Senza pregiudizi a scendere sotto al 51%?
Gli accordi danno piena apertura alla discesa del socio cinese sotto il 51% al momento della riquotazione.

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