Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Così Draghi strappò più fondi per la ripresa europea

La cosa più interessante che si scopre dai verbali della riunione del Consiglio della Bce dello scorso 22 gennaio, pubblicati ieri è quanto la discussione tra i governatori sia stata diversa da quella che era divampata sui media nelle settimane e nei giorni precedenti a quello «storico» evento. Segno – viene da sospettare – di una tattica negoziale riuscita. O, almeno, della scelta di lasciare correre un dibattito di fuoco per usarne poi i termini in un contesto di dare-avere di fronte alla decisione di lanciare o meno il famoso acquisto massiccio (1.100 miliardi) di titoli degli Stati dell’eurozona. Principale beneficiario dell’operazione di successo: il presidente della banca centrale, Mario Draghi.
A dire il vero, la pubblicazione dei verbali è interessante di per sé. Si è trattato della prima volta che la Bce la effettua (d’ora in poi lo farà sempre) e in questo si è adeguata alle altre grandi banche centrali, Fed americana, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone. Con stile proprio: pubblica quattro settimane dopo la riunione e riassume, si presuppone accuratamente, il dibattito senza però citare i nomi dei governatori che parlano e quindi senza attribuire i contenuti.
Ed è interessante anche perché la riunione del 22 gennaio è stata quella in cui la Banca centrale europea ha deciso di comprare 60 miliardi al mese di titoli degli Stati dell’eurozona a partire da marzo fino a settembre 2016.
Nei verbali se ne leggono le motivazioni e anche le obiezioni di chi avrebbe preferito non lanciarlo o almeno aspettare, cioè la banca centrale tedesca Bundesbank con il suo presidente Jens Weidmann e probabilmente alcuni altri. Qui i verbali non rivelano grandi novità. Se non il fatto che il capoeconomista della Bce e membro del consiglio esecutivo Peter Praet aveva proposto la stessa cifra complessiva di acquisti, circa 1.100 miliardi, ma realizzata per 50 miliardi al mese, e invece il consiglio ha voluto dare un impatto iniziale più forte, per impressionare i mercati, e ha preferito andare per i 60 miliardi mensili.
La cosa più notevole, però, è quanto poco in quel Consiglio «storico» ci si sia scontrati su una questione che nei giorni precedenti aveva riempito il dibattito e sembrava un punto di contenzioso difficile da risolvere: la condivisione o meno tra le banche centrali nazionali dei rischi impliciti nell’acquisto di titoli.
La teoria corrente era che un gruppo di governatori guidato dalla Bundesbank volesse che ogni banca nazionale si assumesse il rischio dei suoi titoli, mentre un gruppo «più europeista» volesse che fosse condiviso. I verbali dicono che i membri del consiglio «hanno discusso le modalità appropriate della condivisone dei rischi», con qualcuno che sottolineava l’importanza di dare un segno di unità e di «unitarietà della politica monetaria» e altri che ritenevano una condivisione parziale «più commisurata con l’architettura attuale dell’Unione monetaria». Senza tensioni – si capisce di verbali – i governatori trovavano però «un consenso» su un 20% di rischio da condividere e sull’80% da lasciare alle banche centrali nazionali.
La questione che doveva dividere, insomma, ha trovato soluzione piuttosto facile. Il che fa pensare che la discussione dei giorni precedenti su questo punto fosse una sorta di distrazione, utile a fare ritenere alla fine che su un passaggio conteso la Bundesbank avesse avuto la meglio.
In realtà, Draghi non aveva mai pensato – e il 22 gennaio lo disse nella conferenza stampa – che la questione risk-sharing fosse centrale nella decisione di comprare titoli pubblici su larga scala. Ma forse gli era stata utile per potere dare l’impressione di concedere qualcosa in cambio del lancio di un’operazione che Bundesbank e altri non avrebbero voluto. Lancio che, si legge sempre nei verbali, qualcuno nella riunione ritenne infatti strumento da usare solo «in ultima istanza» e che avrebbe comportato rischi, non ultimo il rilassamento dei governi che devono fare le riforme strutturali: ragioni per attendere.
Nella sua presentazione da economista, invece, Peter Praet aveva sostenuto che «i rischi derivanti dal non agire a questa riunione» potrebbero «essere più alti dei rischi derivanti dall’agire»: soprattutto, aspettare avrebbe «alzato la possibilità che forze deflattive prendessero piede».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non deve essere stato facile occupare la poltrona più alta della Bce nell’anno della peggiore pes...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Prelios Innovations e Ibl Banca (società attiva nel settore dei finanziamenti tramite cessione del ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La pandemia ha spinto le famiglie italiane a risparmiare di più. E questo perchè il lockdown e le ...

Oggi sulla stampa