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Così i colossi del web hanno fermato la riforma del copyright in Europa

«Negli ultimi giorni gli eurodeputati hanno ricevuto gravi minacce, anche di morte». È Udo Bullmann ( Spd), capogruppo dei Socialisti e democratici a Strasburgo, a spiegare la portata della battaglia – e dei mezzi utilizzati per vincerla – che si è consumata ieri all’Europarlamento. Con 318 voti a 278 (31 gli astenuti) l’aula ha rinviato a settembre la riforma del copyright, la direttiva europea scritta per obbligare le multinazionali americane del web ( Google, Facebook e Youtube) a riconoscere un giusto compenso a editori e produttori per usare i loro contenuti grazie ai quali realizzano lauti profitti in pubblicità e raccolta dati. Così il testo approvato dalla commissione giuridica dell’Eurocamera dopo l’estate sarà riaperto, con la possibilità di emendarlo. Quel che ne uscirà sarà poi negoziato da Commissione, Consiglio (governi) e Parlamento Ue con una scadenza sempre più stringente: la fine della legislatura segnata dalle europee del maggio 2019. Negli ultimi mesi le lobby Usa hanno messo in campo ingenti mezzi per influenzare il legislatore Ue. Dalle minacce di morte ( il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha annunciato un’inchiesta), alle centinaia di telefonate e lettere degli elettori ai deputati pilotate dall’industria tech. Diversi parlamentari hanno rivelato anche il tentativo di contattare i propri figli per convincerli a influenzarli. E ancora, dal finanziamento di atenei e gruppi di esperti fino alla diffusione di fake news virali come l’imposizione di una link tax a danno degli utenti o il divieto di linkare contenuti (le stesse argomentazioni usate nei giorni scorsi da Wikipedia, peraltro esentata dalla direttiva, non corrispondevano al testo approdato in aula).
La direttiva con l’articolo 11 si limita a riconoscere il diritto degli editori di negoziare con i colossi americani – già sotto accusa sul fronte fiscale e per l’utilizzo dei dati degli utenti – un giusto compenso per l’uso delle loro notizie. Stesso discorso per le piattaforme come Youtube sul versante audio e video ( articolo 13). Per la Commissione Ue una norma cruciale anche per salvare l’informazione indipendente e il corretto svolgimento della vita democratica nel continente.
Prima del voto Tajani ha chiesto ai deputati di non farsi condizionare dalle pressioni, ma diversi eletti hanno spiegato di essersi mossi in quel clima di intimidazione da settimane denunciato pubblicamente ( la socialista Roziere, la verde Trupel, il liberale Cavada) o riservatamente. Festeggia però il governo gialloverde, con Di Maio che parla di stop « al bavaglio della rete» e Salvini che aggiunge: «Non ci fermeranno».
Risponde Carlo Perrone, presidente l’Associazione degli editori europei e azionista del gruppo Gedi, parlando di «vergognosa interferenza con il processo legislativo tramite argomenti esagerati e falsi da parte di chi prospera rubando contenuti » . Aggiunge Marco Polillo, numero uno di Confindustria cultura Italia: «Cultura e creatività hanno subito un colpo durissimo » . Al coro si è unito il vicepresidente della Commissione europea, Andrus Ansip: « Finiamola con gli slogan delle lobby e cominciamo a cercare soluzioni».
Ma a settembre sarà difficile che i due fronti, in un clima polarizzato, trovino un compromesso in aula, con il rischio che il testo ne esca stravolto. Sul fronte italiano Lega e M5S hanno votato contro, si è invece spaccato il Pd mentre Fi si è schierata compatta a favore. Più o meno spaccate anche le famiglie politiche continentali – vuoi per convinzione, vuoi per le pressioni – anche se a determinare il voto sono stati i 90 franchi tiratori del Ppe, che aveva annunciato un voto favorevole alla direttiva. Se anche a settembre l’aula dovesse riuscire a congedare un testo coerente, facile immaginare tattiche dilatorie per farlo cadere insieme alla legislatura nel successivo negoziato tra governi e istituzioni Ue. Anche da parte dell’esecutivo gialloverde, che ha cambiato la storica posizione italiana schierandosi contro la norma.

Alberto D’Argenio

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