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Così Bruxelles congela il Patto di stabilità

Più che i miliardi (non molti, per ora) che il presidente Jean-Claude Juncker è riuscito a racimolare per creare un fondo europeo degli investimenti, a offrire qualche speranza che l’Europa stia davvero «voltando pagina» è l’approccio complessivo alla governance economica scelto ieri dalla nuova Commissione europea dopo un dibattito che è durato in realtà parecchie settimane. Gli elementi di novità sono principalmente due.
Il primo è che Juncker ha ottenuto di «congelare» il Patto di stabilità sospendendo le sanzioni che avrebbero dovuto scattare contro sette dei diciotto Paesi della zona euro, tra cui l’Italia e la Francia. Non si tratta di un «liberi tutti», né tantomeno di una resa, di un abbandono della disciplina di bilancio. Ma la rivoluzione copernicana che questa decisione sottende è altrettanto radicale: passare da un approccio basato sul sospetto e sulla diffidenza verso i governi, ad uno fondato sulla fiducia. La Commissione non rinuncia a fare le pulci ai bilanci, né a sottolineare gli squilibri macroeconomici di ciascun Paese. Ma prende atto delle cose fatte da ciascun governo, degli impegni assunti. Constata che le decisioni prese vanno nella giusta direzione. E apre un credito politico ai governi rinunciando a penalizzarli ma lasciando comunque sospesa sul capo di ciascuno la minaccia di una possibile sanzione.
Questo capovolgimento nell’approccio di Bruxelles alla gestione dei conti pubblici rientra nella logica di pragmatico buonsenso che è la cifra di Juncker. Va anche detto però che il presidente della Commissione non aveva molte alternative. Nel corso del suo incontro con Renzi, a margine del vertice G20 di Brisbane che ha sigillato la decisione di non aprire la procedura contro l’Italia, Juncker ha capito che, se avesse sanzionato Roma, il governo italiano non solo non sarebbe tornato indietro, ma era anzi pronto a fare ulteriori passi avanti, lasciando andare alle stelle il deficit pubblico, e quindi il debito, pur di accelerare le riforme e di rilanciare l’economia. Renzi è stato il più esplicito nell’illustrare in questi termini la situazione. Ma Juncker ha compreso in fretta che anche gli altri sei governi europei sotto la lente di Bruxelles si trovavano con le spalle al muro: non avrebbero potuto fare molto di più di quanto già avevano fatto, e avrebbero finito con il far saltare definitivamente le intese che sono alla base del Fiscal Compact e della stessa sopravvivenza dell’euro. Da qui la decisione di imboccare la strada della fiducia, sperando che le riforme avviate comincino, prima o poi, a dare i frutti promessi e che l’Eurozona possa finalmente ritrovare la crescita economica.
La seconda rivoluzione filosofica che Juncker porta nell’approccio della Commissione sta nell’introduzione all’analisi della governance economica che oggi illustrerà al Parlamento europeo. In essa Juncker parte dal dato complessivo della zona euro, che con un deficit al 2,6% del Pil e un debito al 92%, è messa tutto sommato relativamente bene rispetto agli altri competitors mondiali. Il fatto di definire la strategia futura in base alla valutazione dell’eurozona come un «unicum», e non come la somma disaggregata di stati «buoni» e «cattivi», rappresenta a sua volta un ribaltamento di quanto è stato fatto in passato perché sottolinea come i Paesi uniti dalla moneta abbiano un destino comune il cui percorso è definito dalla prestazione collettiva. Questo, e Juncker lo spiegherà oggi, non sottrae ogni governo dalle proprie responsabilità. Ma consente di attribuire compiti specifici non solo ai Paesi che si trovano in difetto rispetto ai vincoli di bilancio. Se questi devono continuare il consolidamento dei conti e accelerare le riforme, i Paesi che hanno margini di manovra devono usarli per alimentare investimenti e consumi. I «compiti a casa» tanto cari alla cancelliera Merkel, insomma, non toccano solo agli asini, ma anche ai primi della classe. Perché gli uni e gli altri condividono la stessa responsabilità verso l’impresa collettiva. La svolta, dunque, è avviata. Ora resta solo da capire se Juncker e i suoi nuovi alleati, a cominciare da Renzi e Hollande, riusciranno ad imporla alla Germania e ai suoi satelliti rigoristi.
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