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Cosa rischia il made in Italy

ROMA I contadini europei sono in fermento da mesi. L’idea di un maxitrattato di scambio che liberalizzi ulteriormente il mercato del commercio tra Europa e Stati Uniti non piace granché. Sono, del resto, le vaste dimensioni dell’ambito coinvolto dal negoziato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) ad inquietare agricoltori e allevatori del Vecchio Continente.

Il trattato disciplinerà un’area commerciale che vale quasi la metà del Prodotto interno lordo mondiale e circa un terzo degli scambi globali. Il valore dell’interscambio tra nord America e Europa sfiora i due miliardi di euro giornalieri. Vero è che l’accordo agevolerà l’acquisto di beni e servizi, eliminando i dazi e le barriere non tariffarie che gravano sui prodotti, fattori che oggi ne aumentano i prezzi finali rendendoli così meno competitivi ed esportabili. Però il timore diffuso nel settore agricolo è di assistere a una gara impari, laddove i colossi agroalimentari statunitensi sbarcano in massa con i loro prodotti.

Gli effetti sul Prodotto interno lordo europeo del Ttip sono stimati complessivamente in un beneficio pari a circa lo 0,5%, ma i produttori di beni come frutta, latticini e carni prevedono più che altro un aumento delle esportazioni americane e nulla più. Un patto, insomma, a senso unico con relativi danni per l’agricoltura targata Ue. In attesa del prossimo round negoziale di luglio tra il Commissario europeo al commercio, la svedese Cecilia Malmström, e gli emissari del governo di Washington gli interessi prioritari dell’agroalimentare italiano correlati al Ttip investono soprattutto due fronti, con l’obiettivo di rimuoverli entrambi. L’eliminazione di dazi e barriere: su alcuni tipi di formaggi, per esempio, gravano dazi ad valorem dell’11,6% a cui va aggiunta un’imposta ulteriore pari a 1,5 dollari al chilogrammo. La frutta e la verdura fresche provenienti dall’Italia devono, invece, essere sottoposte a una procedura di fumigazione (disinfestazione) che ne rallenta le esportazioni e ne aumenta i costi. Le mele e pere italiane sono bandite.

L’altro fronte caldo è quello che punta a inserire nel trattato un meccanismo che impedisca i vari stratagemmi che fuorviano i consumatori sulla reale origine dei prodotti agroalimentari. Il caso più noto è quello di provole o formaggi simil Asiago prodotti nei caseifici del Wisconsin, che giocano con l’ italian sounding per ingannare sulla provenienza. Una confusione che va a danno, in taluni casi, di prodotti pregiati di origine protetta e che in altri può mettere a rischio la tutela e la salute dei consumatori.

Il ministro Carlo Calenda considera quest’ultima questione non negoziabile, pena il fallimento della trattativa. Dino Scanavino, presidente nazionale Cia (Confederazione italiana agricoltori) spiega : «Okay al Ttip, ma a certe condizioni. In questa fase non credo sia costruttivo mettersi di traverso con posizioni solo ideologiche che non servono agli agricoltori italiani. Puntiamo invece a difendere il made in Italy , avendo come obiettivo l’allargamento del mercato per i nostri produttori».

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