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Corsa per salvare le banche venete, senza Atlante

Quaestio non paga più. La sgr che gestisce i fondi Atlante, impegnati nel salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, con una lettera indirizzata ai due istituti di credito ha fatto sapere che non intende sottoscrivere l’ulteriore aumento di capitale, forse da un miliardo di euro, che le autorità europee hanno prescritto sulla via del salvataggio.

La lettera firmata dal presidente di Quaestio, Alessandro Penati, appare anche come una critica puntuale all’operato delle autorità europee, evidenziando contraddizioni, un elevato livello di indeterminazione e il fatto che la vicenda attende da un anno di essere risolta.

Quaestio fin qui ha versato 2,5 miliardi cash (1,5 alla Popolare di Vicenza) a cui a fine 2016 ha aggiunto ulteriori 938 milioni nelle casse delle due banche in «conto futuri aumenti». Restano 50 milioni in cassa, oltre a 450 milioni che Atlante2 è pronto a investire negli Npl.

Dopo le riunioni dei consigli di amministrazione di venerdì scorso, al termine degli incontri con le autorità europee e con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, i due consigli di amministrazione avevano chiesto finanza fresca al loro principale azionista. La risposta però non lascia spazio a interpretazioni. Quaestio rileva che non sono specificati «l’ammontare richiesto, in quanto si parla di sottoscrivere in tutto o in parte l’ammontare ulteriore a carico di privati che la Dg Comp avrebbe richiesto in via ufficiosa (o solo in via verbale)».

Non è chiaro neppure se «questo ammontare sia sufficiente a garantire l’accesso alla ricapitalizzazione precauzionale», né «se la Dg Comp non intenda avanzare altre richieste». Inoltre, scrive Penati, non è chiaro «quale trattamento la Dg Comp applicherebbe ai nostri precedenti investimenti nel caso autorizzasse l’accesso alla ricapitalizzazione precauzionale, a quale prezzo avverrebbe il proposto aumento di capitale e a quale quota del capitale corrisponderebbe».

Non è chiaro neppure «se l’accesso ai Fondi precauzionali implichi l’autorizzazione alla fusione delle due banche da parte di Bce», né ci sono indicazioni univoche su «l’ulteriore aumento di capitale che la Banca centrale europea potrebbe richiedere per approvare la fusione». Così, chiarisce Quaestio, «le tante incertezze di cui ai punti precedenti impediscono di fatto una decisione per qualunque investitore responsabile».

Ora la palla passa al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che la scorsa settimana ha escluso l’ipotesi bail-in, ovvero del fallimento. Ieri, la presidente del gruppo Poste, Bianca Maria Farina, ha detto, riferendosi a un intervento nelle due banche: «Al momento non ce l’hanno chiesto e non è all’ordine del giorno, ma a priori non si può mai dire». Si tratta della prima apertura verso un nuovo round di finanziamento.

Stefano Righi

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