Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Corsa del «made in Italy» ai collocamenti negli Usa

di Morya Longo

Le banche sono sempre più fredde. Il credito è sempre più caro. I finanziamenti hanno durate sempre più brevi. È in questo contesto che il gruppo Illy, uno dei caffé più noti del made in Italy, ha attraversato l'Atlantico per andare a cercare fortuna creditizia oltreoceano: con la collaborazione di Bnp Paribas, ha infatti collocato privatamente un bond di durata settennale per 66 milioni di dollari. Dopo Piaggio, Barilla e Luxottica, che hanno emesso bond privati Usa nei mesi scorsi, ora anche il caffé Illy è sbarcato negli Stati Uniti. Ennesimo esempio di "turismo creditizio": ennesima azienda che cerca (e trova) denaro fuori dall'Europa. Dove c'è.
E non è l'unico. Al lavoro, per seguire le stesse orme, ci sono almeno altri dieci marchi del made in Italy. Proprio nei giorni scorsi è partito per gli Stati Uniti un gruppo (il cui nome non trapela tra gli addetti ai lavori), per fare un road show. Tra gli investitori americani si vocifera che anche Interpump (accompagnata da Mediobanca) sia interessata ad emettere un bond "privato" negli Usa, ma il gruppo – interpellato – ha smentito categoricamente. E non solo quella parte dell'oceano attira le aziende in cerca di credito: l'anno scorso il gruppo Exor aveva invece scelto il Giappone per vendere privatamente all'assicurazione Aflac un bond da 10 miliardi di yen. Mentre l'Enel ha scelto il mercato in euro: nel solo 2012 ha collocato 5 bond "privati" per un importo totale di 300 milioni di euro.
Se il credito si stringe
Il motivo di tanta voglia di espatriare è ovvio. In Italia le imprese dipendono troppo dal credito bancario: il 92% dei finanziamenti – secondo i dati Bnp – è infatti ottenuto dal canale bancario, mentre solo l'8% arriva dal mercato obbligazionario. Questo significa che le aziende italiane dipendono dal sistema creditizio più della media europea (dove il rapporto tra prestiti e bond è dell'84% contro il 16%) e molto più della media Usa (dove il rapporto è 30% banca e 70% bond). Anche all'interno dell'area euro, le imprese italiane sono tra le meno emancipate dal sistema creditizio.
Questo non era un problema anni fa, perché allo sportello le aziende trovavano mediamente più credito a tassi più bassi. Ma ora che le banche sono costrette a tirare la cinghia, il problema è enorme: perché il credito rallenta, diventa più caro e sempre più a breve termine. I dati della Bce, aggiornati a fine febbraio, lo dimostrano: il credito alle imprese è cresciuto nell'ultimo anno dello 0,6% (era attorno al 5% la scorsa estate). Un recente sondaggio, sempre della Bce, dimostra che circa il 40% delle banche ha peggiorato le condizioni con cui eroga il credito alle aziende.
Illy e il turismo creditizio
Ovvia la necessità, per chi può permetterselo, di uscire da questo vicolo cieco. Il mercato dei cosiddetti «private placement», soprattutto negli Usa, è un modo per farlo. Illy ha seguito questa strada pochi giorni fa: come si evince dal prospetto depositato alla Borsa di Dublino, il gruppo ha raccolto 66 milioni di dollari con un bond che scade nel 2019. Ma quello che più colpisce è il tasso d'interesse: 4,61%. Più o meno lo stesso rendimento dei BTp settennali emessi dallo Stato italiano. Questi pochi dati, che emergono dal prospetto ormai pubblico del bond, fanno bene capire perché sempre più aziende cercano di andare su questo mercato.
Innanzitutto perché oltreoceano possono ottenere finanziamenti, sotto forma di bond, con scadenze più lunghe rispetto al canale bancario: in Italia sarebbe impossibile ottenere un prestito settennale, ma negli Usa è molto più facile. Il motivo è semplice: questi bond sono tagliati su misura per le maggiori assicurazioni statunitensi, che hanno la necessità di investire in titoli a lunga scadenza. Le assicurazioni più attive su questo mercato sono Prudential (che ha comprato l'intero bond di Piaggio e in passato ha investito in Campari, Buzzi, Autogrill e Amplifon), Northwestern Mutual (che ha partecipato alle emissioni di Luxottica, Campari e Buzzi), Ing, New York Life e altri.
Non solo. Emettendo bond «privati» negli Usa si possono spuntare tassi d'interesse ben più convenienti rispetto a quelli europei, sfruttando il fatto che i tassi Usa sono più bassi. Ovviamente non è confrontabile il bond di Illy con il rendimento del BTp, perché il gruppo del caffé ha emesso un titolo denominato in dollari e dunque il ricavato andrà «trasformato» (con un costo) in euro. Ma ugualmente il vantaggio, in termini di interessi, c'è. Infine c'è un ulteriore elemento che alle imprese italiane piace molto: per emettere bond «privati» negli Usa non serve un rating.
È così che, dopo le esperienze recenti di Piaggio, Barilla e Luxottica, molte aziende stanno sondando gli investitori a stelle e strisce. Non tutte poi riescono ad emettere le obbligazioni. Ma chi ha le caratteristiche giuste (un marchio noto e una storia da raccontare) può tentare la strada del turismo creditizio: la risposta estera al credit crunch.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Cinque nomi nuovi, a partire da Andrea Orcel, cinque conferme (più Pier Carlo Padoan, cooptato da p...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Francesco Gaetano Caltagirone segue le orme di Leonardo Del Vecchio e, dopo anni passati ad arrotond...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Zero profitto, zero dividendo: così la Bundesbank ha chiuso il bilancio 2020, un bilancio pandemico...

Oggi sulla stampa