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Corsa dei Comuni al rincaro Irpef

Si può dire che finora è andata benino, ma solo se ci si limita all’apparenza. «Appena» 469 municipi, sui quasi 3.700 che hanno comunicato al ministero delle Finanze le nuove aliquote delle addizionali Irpef, hanno deciso un ritocco all’insù. Però quelli che avevano materialmente un margine per farlo, perché non avevano ancora l’aliquota massima, erano 526. E dunque quasi tutti quelli che potevano alzare le imposte locali, scongelate dalla Legge di Bilancio del 2019 dopo tre anni di blocco, lo hanno fatto.

All’appello, poi, mancano ancora altri 4.200 comuni che, nonostante i termini per approvare le delibere siano ormai scaduti, non hanno ancora dato la comunicazione al Mef, necessaria per renderle operative. E c’è l’incognita dell’Imu e della Tasi. Anche qui, finora, sono pochi i Comuni che hanno deciso e comunicato l’aumento delle aliquote, tra i quali Torino, La Spezia e Pordenone, ma per «ufficializzare» le delibere c’è tempo fino al 31 ottobre, e qualche sorpresa non si può escludere.

In molti Comuni a fine maggio si è votato, e non si può escludere che anche per motivi elettorali la comunicazione al Mef delle nuove aliquote delle addizionali locali e dell’imposta sugli immobili sia stata ritardata. Tra le città più grandi che hanno rivisto al rialzo le addizionali sui redditi ci sono Barletta, Lecce, Mantova e Rimini. A Barletta le addizionali aumentano tra 0,1 e 0,2 punti. Mantova e Rimini hanno abbandonato l’aliquota unica adottando un sistema per fasce di reddito (a Mantova si va dallo 0,38 allo 0,8%, a Rimini dallo 0,55 allo 0,8%). In compenso, il prelievo sui redditi, tra i capoluogo di provincia, è sceso sia a Forlì che a Pisa.

Il margine Irpef per i Comuni è comunque scarso. Secondo i dati appena pubblicati dalla Corte dei Conti, dei 3.700 Comuni che hanno reso note le delibere, ben 3.173 avevano già l’addizionale Irpef al massimo, e a quel livello l’hanno confermata. Secondo i magistrati contabili, dunque, il 13% dei Comuni italiani ha finora deciso un aumento delle imposte sui redditi. «Buona parte degli enti ha già utilizzato completamente la leva fiscale e per quanto riguarda le addizionali i margini si possono ritenere sostanzialmente limitati», scrive la Corte nel Rapporto sulla finanza pubblica.

Notizie migliori, per quanto riguarda le addizionali, arrivano dalle Regioni. Solo in Liguria si registra un incremento del prelievo sull’Irpef, perché vengono meno alcune detrazioni familiari. In Sicilia e in Sardegna, invece, le addizionali Irpef quest’anno si riducono: in Sicilia l’aliquota passa dall’1,50 all’1,23%, mentre in Sardegna si è prevista una nuova detrazione da 200 euro per i figli minori a carico per i contribuenti che guadagnano meno di 55 mila euro.

Oltre i termini

All’appello mancano altri 4.200 enti che non hanno ancora dato la comunicazione al Mef

Molto più incerte le prospettive per la tassa sugli immobili, che può arrivare (Tasi compresa) al 10,6 per mille e che porta ogni anno un gettito di ben 21 miliardi di euro. La prima rata di Imu e Tasi, in scadenza il prossimo 17 giugno si pagherà in base alle aliquote del 2018 (si versa il 50%), ma su quella di dicembre potrebbe ancora esserci un conguaglio.

Qualcuno ha già scoperto le carte. A Torino c’è polemica per la decisione di aumentare il prelievo sulle abitazioni affittate a canone concordato, che sale dal 5,7 al 7,08 per mille. La stessa cosa succede a La Spezia, dove la tassa per gli immobili locati a canone concordato passa dal 4,6 al 6 per mille, e dove l’imposta che grava sui centri commerciali è salita dal 9,6 al 10,6 per mille, il livello massimo. Applicato da quest’anno anche a Pordenone per la tassazione sui negozi liberi e non affittati. In molti altri Comuni, come Lucca, Udine, Padova c’è stata una semplificazione: l’Imu è aumentata, ma in compenso c’è stata una pari riduzione della Tasi.

Al contrario, hanno deciso una riduzione di Imu e Tasi alcune grandi città come Genova e Firenze, ma anche Grosseto e Pavia. In questi ultimi tre casi si è scelto di agire proprio sull’aliquota che grava sugli immobili affittati a canone concordato (a Firenze dal 7,6 al 5,7 per mille, a Grosseto dall’8,6 all’8, a Pavia dal 10,6 al 9,6 per mille).

«È paradossale che nel momento in cui il carico fiscale sugli immobili dovrebbe essere ridotto, come ha tra l’altro detto il vice ministro dell’Economia, Massimo Garavaglia, in un’intervista al Corriere della Sera, e come si è fatto per gli immobili strumentali delle imprese e dei professionisti, si sia concesso ai comuni di aumentarle», dice Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. Secondo la Cgia di Mestre le famiglie italiane hanno già pagato 152 miliardi di euro di tasse sugli immobili dal 2012, anno di esordio dell’Imu, al 2018. Periodo, dice Spaziani Testa, che ha coinciso con il crollo dei prezzi degli immobili: «Tra il 2010 e il 2018, dice l’Istat, i prezzi sono scesi del 22,9%. Ma è un dato molto ottimistico, perché è una media, dove una casa in centro storico a Milano pesa come una in un piccolo Comune».

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