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Corsa di Banco Bpm e Ubi La Borsa tifa per le fusioni

Una fiammata in Borsa dei titoli bancari, con in testa Ubi e Banco Bpm, è stato l’effetto delle dichiarazioni di lunedì del ceo dell’istituto lombardo-veneto, Giuseppe Castagna. «Ha senso» una fusione tra le due banche del Nord, anche se ha negato trattative aperte. Ieri i titoli a Piazza Affari hanno vissuto rialzi anche del 3% per poi chiudere a +1,17% Banco Bpm e a +0,62% Ubi. I titoli si sono mossi meglio del listino anche se Castagna aveva già espresso quei concetti, sebbene mai così apertamente, pur precisando che «al momento siamo molto contenti così. Dobbiamo continuare a dare dei risultati anche stand alone prima di pensare a coinvolgerci in altre operazioni».

Tuttavia già solo l’averne parlato ha avuto l’effetto di riavviare — di fatto — il dossier aggregazioni, da tanto tempo fermo ai blocchi di partenza. Anche il governo ormai vede le aggregazioni come modo per stimolare i prestiti alle imprese. Nella Nota di aggiornamento al Def pubblicata lunedì, è indicato espressamente che «le banche sono meno propense a prestare a settori o regioni in cui le imprese hanno una maggiore probabilità di entrare in sofferenza. Questo circolo vizioso si può interrompere attraverso una minore segmentazione del mercato del credito e proseguendo nel rafforzamento patrimoniale degli istituti». Un risiko che coinvolge lo stesso governo, azionista al 68% di Mps e obbligato a uscire per accordi con la Ue entro il 2021.

I rumor parlano di tre incontri che Castagna e il ceo di Ubi, Victor Massiah, avrebbero avuto negli ultimi mesi, anche se non ci sono conferme ufficiali. Una fusione Banco Bpm-Ubi creerebbe la terza banca del Paese ma incontrerebbe diverse criticità per i prezzi attuali (Banco vale il 25% in meno di Ubi a confronto del patrimonio, secondo Equita) e per il rafforzamento che la Bce potrebbe chiedere, anche di circa 2 miliardi secondo alcune stime.

Castagna, che guida una public company senza soci forti, ha anche il tema del rinnovo del board ad aprile, anche se la lista la presenterà il board uscente. Ubi invece ha un nuovo equilibrio tra i soci: un patto di consultazione che raccoglie il 17% tra soci bresciani, bergamaschi e le fondazioni Cr Cuneo e Monte di Lombardia e che potrebbe guardare eventualmente con maggior favore a un’aggregazione con Mps. Le criticità di tale fusione starebbero nelle cause legali di Mps e in un eventuale aumento di capitale che la Bce potrebbe chiedere in caso di pulizia radicale dagli npl. Se la Vigilanza targata Andrea Enria assumesse una linea meno rigida di quella dell’ex presidente Danièle Nouy, in Ubi potrebbero puntare più verso Siena che verso Milano. Anche lo Stato socio con una quota di minoranza, spiegano alcune fonti a conoscenza del dossier, non sarebbe un vero problema, purché resti sotto il 10%.

Fabrizio Massaro

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