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Corsa ai pagamenti online Nexi nel mirino di Intesa Può comprare fino al 15%

Intesa Sanpaolo prepara una mossa pesante perché il sistema bancario italiano torni padrone del sistema dei pagamenti, diventando il perno dell’azionariato di Nexi. La principale società di sistemi e infrastrutture di pagamento è più che mai strategica in un Paese che – vedi le scelte del governo nella legge di Bilancio – ha ampi margini di sviluppo sulla moneta digitale.
Il piano, che prevede il conferimento di attività della banca a Nexi in cambio di azioni fino a un 15%, farebbe da apripista al ritorno delle banche italiane nel settore pagamenti, incautamente ceduto ai fondi anni fa e che ha visto le transazioni crescere del 71% dal 2013. I beneficiari di questo exploit sono i colossi Usa, oltre al servizio di carte sviluppato da Nexi e quotato ad aprile a Piazza Affari con un valore di 6,17 miliardi. Da ieri il 4,9% in più, dopo la conferma di «contatti preliminari per esaminare eventuali operazioni finalizzate a rafforzare la partnership commerciale già in essere tra le parti», riporta una nota di Nexi.
Il mercato spera sempre nell’Opa: ma questa possibilità, ventilata ieri dal Messaggero è «del tutto priva di fondamento», aggiungono i due gruppi. Quel che trova conferma, invece, è il fresco avvio di una trattativa che potrebbe avere due sbocchi. Il primo, da definire tra fine anno e inizio 2020, è che Intesa Sanpaolo conferirebbe a Nexi le attività di “acquiring”, ossia i contratti con i clienti esercenti titolari di pagamenti Pos. Qualcuno stima oltre 400 mila punti vendita, per un segmento che Intermonte ha valutato circa 1,9 miliardi di euro. Al calcolo si arriva attribuendo alla nicchia metà dei 442 milioni di commissioni generate dalla banca con carte e pagamenti, per un margine operativo lordo di 110 milioni prezzato ai bei multipli di Nexi (23 volte l’utile 2020). Ma a quel che si apprende il negoziato, da modulare sulla durata dei contratti e altri fattori, sarebbe su un corrispettivo più basso.
Per rientrare nella filiera dei pagamenti e condividere inoltre utili e strategie future di una fintech già ora tra le più brillanti in Europa, Intesa si farebbe pagare poi anche in azioni Nexi, con una quota che la porti attorno al 15%: comunque lontano dal 25% a cui rischierebbe il lancio dell’Opa. Contestualmente, l’operazione diluirebbe, di circa un quarto del totale, i fondi Advent, Bain e Clessidra, che dopo la quotazione hanno il 60% di Nexi. Il termine che vieta di vendere i loro titoli è scaduto il 13 ottobre; e in prospettiva i soci finanziari, che stanno concludendo l’operazione da manuale del private equity (comprarono per 2,1 miliardi nel 2015 CartaSì dalle banche popolari, e per 1 miliardo Setefi, proprio da Intesa Sanpaolo) sono venditori totali. A quel punto, nel futuro scatterà la seconda parte del progetto. E Intesa Sanpaolo verosimilmente proverà a formare un nuovo nucleo italiano in Nexi, senza appropriarsene. Uno dei problemi ricorrenti del dossier, rimarcato ieri dalla stessa Nexi è che «qualsiasi ipotetica operazione non potrà che esser coerente con la mission di essere partner indipendente di tutto il sistema bancario italiano». Chissà che a quel punto altre banche nostrane non la imitino. L’Italia è il fanalino di coda sull’uso di moneta elettronica nell’Eurozona, con 111 operazioni pro-capite nel 2018, contro la media di 265.

Andrea Greco

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