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«Corruzione e malaffare costano 60 miliardi l’anno»

di Lorenzo Salvia

ROMA — Venti anni dopo Mani Pulite non è cambiato nulla. «Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese», dice il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, inaugurando l'anno giudiziario. Anzi «le dimensioni di questi fenomeni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono faticosamente alla luce». In prima fila c'è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tra le sue mani la lunga relazione tecnica con i numeri di questa eterna Tangentopoli. Trecento pagine e una lunga serie di segni più.
Cresce il numero delle sentenze di condanna per i funzionari pubblici: l'anno scorso ne sono arrivate quasi due al giorno, in tutto 566, cento in più rispetto a due anni prima. Cresce del 60% rispetto all'anno precedente il danno erariale, cioè i soldi sfilati dalle tasche di tutti noi: 354 milioni di euro, la stessa somma che il governo prevedeva di incassare ogni anno con il pedaggio sulle autostrade gratuite, come la Salerno-Reggio Calabria. Ma sono solo granelli di sabbia. Le stime della Funzione pubblica dicono che la corruzione ci ruba 60 miliardi di euro l'anno ma nel 2011 sono arrivate condanne «solo» per 75 milioni. Un male non solo antico ma anche eterno? «Bisognerebbe fare come per la mafia — dice Giampaolino — e cioè costruire un vero e proprio momento di lotta». Anche perché le strade del malaffare sono infinite e sempre più raffinate. Ci sono ancora i ladri tradizionali, come i due dipendenti dell'Università di Napoli che giorno dopo giorno si sono infilati in tasca 10 mila euro in marche da bollo. Ma più spesso ci si muove nella zona grigia delle consulenze, «assegnate per obiettivi personalistici» come dice il procuratore generale aggiunto Maria Teresa Arganelli. Solo due esempi. Un funzionario della Regione Liguria che aveva appaltato all'esterno, per 40 mila euro, uno studio sugli «assetti organizzativi» degli uffici. Per poi ricevere dal consulente una «relazione sostanzialmente riproduttiva della precedente». Oppure il Parco del Pollino, in Basilicata, che aveva commissionato uno spot da 100 mila euro, salvo poi accorgersi di non avere soldi per farlo passare in tv.
Non è un caso se poi lo stesso disprezzo delle regole si trasferisce verso il basso, contagiando il cittadino comune. Il presidente Giampaolino ricorda che, considerando solo l'Iva, in Italia l'evasione è pari «al 36%, il valore di gran lunga il più elevato tra i grandi Paesi europei, con l'eccezione della Spagna». E le cose non vanno meglio quando si cerca di recuperare i soldi nascosti al Fisco. Proprio ieri sono stati prorogati i termini della sovratassa per chi ha usato lo scudo fiscale riportando in Italia i capitali che aveva all'estero. Ma a dieci anni dal condono tombale del 2002 — ricorda la Corte dei Conti — ci sono da recuperare ancora 4,2 miliardi di euro promessi da chi voleva mettersi in regola. Dopo le prime rate hanno smesso di pagare. Hanno venduto tutto, tecnicamente sono incapienti, non devono nemmeno un euro di tasse. In confronto Mario Chiesa era davvero solo un mariuolo.
 

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