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Corretto il doppio termine Iva

di Paolo Centore

Il doppio termine per il rimborso dell'Iva non dovuta è compatibile con il diritto comunitario, stando alle conclusioni rese ieri (15 settembre 2011) dall'Avvocato Generale presso la Corte di giustizia nella causa C-427/10). Va però garantito dal giudice nazionale che la norma che stabilisce questo principio sia interpretata e applicata in conformità ai principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento e nel rispetto del diritto di proprietà.

La questione è stata sollevata con rinvio pregiudiziale dalla Corte di cassazione (ordinanza 18721/2010) nel corso dell'esame di una richiesta di rimborso dell'Iva versata dal contribuente sui compensi percepiti per l'attività di riscossione di contributi consortili e, successivamente, dichiarata non dovuta dopo lunga evoluzione giurisprudenziale (Cassazione, sentenze 1501/1988, 1396/1993, 9493/1998).

Nei casi di indebito versamento, il soggetto passivo può azionare il rimborso nei confronti dell'amministrazione finanziaria entro il termine decadenziale di due anni (articolo 21, comma 2, del Dlgs 546/1992), ricorrendo al giudice tributario in caso di rifiuto. Va però notato che l'applicazione dell'Iva non dovuta coinvolge non solo il cedente o prestatore, cioè, il fornitore, ma anche il cliente, destinatario dell'acquisto di beni o servizi tassati erroneamente.

Secondo la prassi dall'amministrazione finanziaria, avallata dalla giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia, sentenza C- 342/87), l'imposta addebitata dal fornitore non è detraibile per il cliente, quando essa non sia dovuta. In questo caso, la giurisprudenza (Corte di giustizia, sentenza C-35/05) indica che il cliente ha diritto di richiedere la ripetizione dell'imposta indebitamente versata non all'Erario ma al fornitore, attraverso un'azione civilistica, conoscibile dall'autorità giudiziaria ordinaria, nel termine di prescrizione decennale.

Il tema è, dunque, la biforcazione delle azioni, sia sotto il profilo temporale (due anni per il fornitore rispetto all'Erario, dieci anni per il cliente nei confronti del fornitore), sia dell'Autorità competente (rispettivamente, giudice tributario e giudice ordinario). Tuttavia, l'incompatibilità sollevata non riguarda tanto la coesistenza dei due termini e delle due giurisdizioni, quanto il rapporto fra loro, nel caso in cui il termine biennale sia spirato, senza colpa del contribuente (come nel caso sollevato dalla Cassazione), esponendolo, così, all'azione di regresso che il suo cliente può comodamente esercitare nel termine decennale, senza possibilità di ristoro nei confronti dell'Erario.

L'avvocato generale riconosce che la situazione così riassunta è contraria ai principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento (punto 28 delle Conclusioni), osservando, peraltro, che la verifica del rispetto dei canoni deve essere eseguita caso per caso e, quindi, non dalla Corte di giustizia ma dal giudice nazionale.

La conclusione è dunque che la questione non è ancora risolta, a meno che il giudice comunitario voglia disattendere le indicazioni dell'avvocato generale e calarsi nel caso materiale, certamente incompatibile con il diritto comunitario.

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