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Copyright ultima chiamata Ue al voto per far pagare anche i giganti del web

È appesa a un filo la riforma del diritto d’autore in Europa. Oggi a mezzogiorno l’ultimo e decisivo voto da parte del Parlamento europeo su un testo in discussione da tre anni, passato già due volte dall’aula ed emendato in lunghi negoziati tra Strasburgo, Commissione Ue e governi. La direttiva – che in caso di voto negativo decadrebbe causa fine legislatura – punta a salvare creatività, cultura e informazione nel continente imponendo ai giganti della Silicon Valley come Google, Facebook o Youtube di riconoscere a editori, produttori, artisti o cantanti un giusto compenso per l’utilizzo delle loro opere coperte da copyright. Diritto oggi assente nonostante le piattaforme, grazie all’uso del materiale protetto, realizzino ingenti profitti attraverso pubblicità e raccolta dati degli utenti. A sostegno della riforma – che sta spaccando i maggiori gruppi politici a Strasburgo ieri sono scesi in campo anche due premi Oscar: «I giganti del web – affermava il presidente della Siae, Mogol, al quale si sono aggiunti Ennio Morricone, Nicola Piovani e Paolo Conte – rappresentano i principali punti di accesso alle opere dei creatori, generando enormi guadagni per loro ma offrendo un ritorno quasi inesistente agli autori ». Ricordava poi Paolo Conte che « le piattaforme si oppongono con tutta la forza delle loro lobby difendendo regole che li privilegiano, scritte nel 2000, quando Internet era tutta diversa». In effetti l’attività delle lobby ha segnato il percorso della direttiva, al centro di una campagna dalla virulenza e pervasività mai vista in Europa. Gli eurodeputati sono stati oggetto di mail bombing, interferenze nella vita privata, liste in Rete e minacce (anche di morte). Le argomentazioni più frequenti diffuse dalla potenza dei giganti del digitale, dotati di risorse enormi, per mobilitare gli utenti contro il testo riguardano la link tax ( inesistente) e la censura della Rete ( anch’essa inesistente). Tesi fatte proprie anche da alcuni governi come quello polacco ( già accusato dalla Ue di avere cancellato la libertà di stampa) e quello italiano, in particolare nella componente 5Stelle spesso orientata dalla Casaleggio (favorevoli alla direttiva invece Pd e Forza Italia).
Ieri, come già in occasione del tesissimo voto di settembre, Wikipedia ha oscurato il suo sito. Protesta alla quale ha maliziosamente risposto l’eurodeputato del Pd Nicola Danti: « Wikipedia è esplicitamente esclusa dalla direttiva ma evidentemente agli occhi di molti appare come il ” volto buono” dei giganti del web » . Per il testo si è schierata anche la Commissione Ue con il suo vicepresidente Andrus Ansip per il quale non ci sono « né censura, né filtri sui materiali da caricare sulle piattaforme né tassa sui link». Gli articoli più contestati della direttiva sono l’ 11 e il 13. Il primo riguarda la stampa e impone ad aggregatori di notizie e social di riconoscere una giusta remunerazione agli editori per l’uso del materiale pubblicato dai loro media. Il secondo rafforza la posizione negoziale di produttori, autori e artisti consentendo loro di esigere una remunerazione supplementare nel caso il compenso corrisposto sia troppo basso. Giusto per capire: oggi le piattaforme libere, come Youtube, ( 900 milioni di utenti) versano agli autori 553 milioni di dollari mente Spotify ( 211 milioni di utenti) 3,9 miliardi. Per gli utenti non cambierà nulla: potranno continuare a linkare, non sosterranno costi aggiuntivi e non rischieranno multe per aver caricato materiale protetto dal copyright ( toccherà alle piattaforme risponderne). Fuori dalla direttiva restano enciclopedie online, meme, parodie, citazioni così come il patrimonio di biblioteche, musei e materiali didattici.

Alberto D’Argenio

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