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Copyright, l’Europa vota la riforma un freno ai giganti di Internet

Scesa la pressione delle multinazionali, il Parlamento europeo si è espresso in favore della direttiva sul copyright. Il testo dopo mesi di violenti scontri politici, segnati da una pressione senza precedenti della Silicon Valley anche con diversi casi di minacce agli eurodeputati, ieri è passato nell’aula di Strasburgo con 438 voti contro 226. Ribaltando il risultato di luglio, quando i parlamentari Ue avevano rimandato il testo. Da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto, racconta chi ha seguito da vicino la direttiva, i big della Rete si sono resi conto del danno di immagine provocato da una lobby aggressiva, mollando leggermente la presa. E così — non senza significative battaglie sotterranee — gli equilibri in aula sono cambiati. Ora il testo passa al negoziato finale tra Parlamento, Consiglio (governi) e Commissione Ue. Portarlo a casa definitivamente resta comunque una corsa contro il tempo visto che decadrà con le elezioni europee del 26 maggio.
Gli articoli chiave della direttiva sul diritto d’autore sono l’11 e il 13. Il primo riconosce un giusto compenso a editori e giornalisti per l’utilizzo da parte dei motori di ricerca come Google delle loro notizie e la sottoscrizione di una licenza da parte delle piattaforme come Youtube per caricare contenuti audio e video. Il secondo dà alle piattaforme la responsabilità del controllo sui contenuti pubblicati. Per gli utenti non cambierà nulla, non dovranno pagare per i servizi. A luglio il Parlamento aveva respinto il mandato a negoziare la versione finale della direttiva al relatore Axel Voss (Cdu-Ppe) con 318 voti. Ieri gli equilibri sono cambiati. Prima i deputati hanno approvato una serie di emendamenti facendo passare quelli chiave, ovvero le modifiche degli articoli 11 e 13 firmati dallo stesso Voss. Poi l’insieme del testo.
Decisivo il fatto che al contrario di due mesi fa ieri la plenaria fosse piena per il discorso sullo stato dell’Unione di Juncker e del voto su Orbán. E poi c’è stato lo spostamento di diversi settori dell’aula. In massa hanno cambiato voto i conservatori (Ecr), ma anche nel Ppe il voto a favore del testo è stato molto più compatto su spinta del governo tedesco e grazie agli emendamenti di Voss: se a luglio i “sì” erano stati 129 su 219, ieri sono stati più di 200. In generale tutti i gruppi, anche quelli che erano compatti contro la direttiva, si sono spaccati. Tra l’altro a Strasburgo si racconta di un intervento di Silvio Berlusconi, che avrebbe convinto Orbán a girare in favore della direttiva gli 11 voti di Fidesz in cambio del sostegno azzurro contro il rapporto Sargentini sullo stato della democrazia in Ungheria. Ma a cambiare idea sono stati anche molti deputati socialisti (Pse) e della sinistra unitaria (Gue). Lega e M5S sono rimasti compatti sul no. Gli editori europei hanno salutato il voto parlando di «grande giorno per la stampa indipendente e per la democrazia». Commenti positivi anche dall’industria musicale, dagli autori e da tutto il panorama della cultura. Deluse le multinazionali del web.
Il violento scontro politico delle ultime settimane dopo il voto non si è placato. Da Roma Luigi Di Maio (gli emendamenti M5S sono stati ignorati dai colleghi) si è scagliato contro l’Europarlamento: «È una vergogna, stiamo entrando in uno scenario da Grande Fratello di Orwell ». Il vicepremier ha insistito sulla creazione della (inesistente) “link tax” a carico degli utenti e ha accusato Strasburgo di avere introdotto «la censura preventiva». Il presidente del Parlamento, Antonio Tajani, ha risposto: «Minacciare l’unica istituzione Ue direttamente eletta dai cittadini è da analfabeti della democrazia».

Alberto D’Argenio

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