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Copyright, il decreto non va annacquato

Conto alla rovescia: fra pochi giorni, probabilmente in settimana, il Consiglio dei Ministri esaminerà la bozza di decreto di recepimento della direttiva Ue (790/2019) sul diritto d’autore in ambiente digitale.

La direttiva mette un freno al laissez-faire su cui le grandi piattaforme hanno a lungo contato rispetto ai contenuti, anche provenienti da utenti, caricati e diffusi in rete: senza controllarne la liceità (violazioni di copyright altrui, in particolare), e senza compensare gli editori di giornali e riviste per la riproduzione, anche in parte, di testi giornalistici. Il preteso alibi: la esigenza di fluidità dell’informazione online garantita da una «libertà» non impacciata da vincoli, e la gratuità della trasmissione ai cittadini utenti (i quali in realtà pagano due volte l’accesso alle app «gratuite»: prima cedendo dati personali che servono a costruire offerte pubblicitarie «mirate», poi abboccando all’amo reso più appetitoso dell’offerta «su misura»). In tali modi le piattaforme hanno minato i fondamenti del copyright online, sia «distraendo» l’attenzione dei lettori (sempre più dirottata sulle piattaforme), sia drasticamente riducendo gli introiti che sostengono l’informazione di qualità, e quindi la cultura tout court. E qui approfittando della estrema concisione tipica della comunicazione digitale, per la quale anche 10 parole possono rappresentare (ed essere sfruttate) come «prodotto informativo» circolabile online, anche sui cellulari.

Su entrambi i fronti la direttiva ha detto fermamente: no.

No, anzitutto, alla irresponsabilità per i contenuti mandati online. I fornitori di contenuti di videosharing devono rispondere direttamente del caricamento di contenuti illegali se non provano di aver compiuto massimi sforzi ai fini dell’ottenimento di una licenza da parte dei titolari dei diritti.

E no, soprattutto, allo «scippo».

Le piattaforme che forniscono servizi di informazione on line sono tenute ad ottenere una licenza e a corrispondere un compenso agli editori per lo sfruttamento delle opere giornalistiche da loro edite, fatti salvi estratti così brevi da essere inidonei alla fruizione autonoma e quindi allo sfruttamento commerciale in concorrenza con quello degli editori. Attenzione qui: governo e AgCom ricordino che anche 10 righe…, e rileggano bene la novella dell’albero di Bertoldo. Sulla determinazione di quella «brevità inidonea» si giocherà un tentativo insidioso di accapponare il recepimento della direttiva.

Lodevolmente, la bozza italiana di decreto prevede, per assicurare l’effettività della norma, una procedura negoziata tesa a promuovere un accordo di «buona fede» tra editori e piattaforme -— come quello già stipulato fra Google e Cairo Editore. In caso di stallo, ciascuna delle parti potrà rivolgersi ad AgCom per la fissazione del prezzo. Una sorta di dialogo regolatorio, insomma, in cui ad AgCom, oltre al ruolo di arbitratore, spetta il compito di definire criteri certi ed equi della negoziazione (fra i principali, diremmo: la diversa tiratura dei giornali chiamati in causa e la diversa «autonomia informativa» dei brani «appropriati»). La bozza che andrà in consiglio dei Ministri è solida e come tale merita di uscirne senza contaminazioni e annacquamenti.

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