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Copyright europeo all’ultimo voto

Per la riforma europea del copyright è il giorno definitivo. Oggi la sessione plenaria del Parlamento di Strasburgo deciderà, in chiusura di legislatura, se le regole di sfruttamento del diritto d’autore devono essere cambiate nel mercato più ricco del mondo – dove le quattro sorelle/monopoliste delle new tech fanno un quarto dei loro fatturati multimiliardari – oppure no.
La battaglia è davvero alle ultime battute e per questo il voto in aula si annuncia tiratissimo, anche per l’imponente guerra di messaggi e slogan che rimbalzano da oltreoceano. Se ieri Wikipedia ha chiuso polemicamente la consultazione online in Italia e in altri quattro paesi, lamentando un supposto rischio di censura (nonostante sia del tutto fuori dal cambio delle regole, come ha sottolineato il presidente dell’associazione Editori europei, Carlo Perrone), in Italia e in Europa decine di appelli accorati hanno preso la via digitale. Da un lato i sedicenti paladini della libertà della rete (per Isabella Adinolfi, M5S, è a rischio la libertà di espressione), dall’altra chi da 20 anni patisce lo svuotamento economico del proprio lavoro e del proprio «diritto di copia», su tutti gli editori (Fieg) e gli autori (Siae). A loro sostegno si sono espressi tra gli altri il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani («Stanno facendo girare la falsa notizia che l’Unione europea vuole mettere il bavaglio ai giganti del web. Questo è falso!») e il vicepresidente della Commissione Ue, Andrus Ansip, secondo cui la riforma «non è né una macchina della censura né una tassa sui link» e invece «assicura la giusta remunerazione a editori, giornalisti e artisti, e tutela utenti e patrimonio culturale».
In realtà, dietro la semplificazione di troppi slogan – soprattutto quelli contro la direttiva – la questione all’esame dell’Europa è molto semplice: è normale che chi produce contenuti (artisti, autori, editori, case di produzione) veda replicati e rilanciati milioni di volte sui social e sui motori di ricerca i propri prodotti senza ricavare alcuna remunerazione? Alcuni numeri aiutano a spiegare come oggi, stante l’assenza di regole mondiali (l’Europa è la prima giurisdizione a occuparsene, ecco perché le grandi tensioni) gli aggregatori “liberi” accumulano miliardi mentre la creatività soffre. Youtube con 900 milioni di utenti distribuisce agli artisti di tutto il mondo solo 535 milioni di dollari, mentre Spotify (che è ad abbonamento) paga ai titolari dei diritti 3,9 miliardi nonostante abbia “solo” 211 milioni di clienti.
In sostanza ciò che l’Ue vorrebbe stabilizzare con la riforma è solo il riconoscimento del diritto d’autore in capo a chi inventa, produce opere d’arte o musicali e, soprattutto, informa. Oggi i profitti della “libera” circolazione online arricchiscono di fatto solo chi distribuisce attraverso piattaforme intelligenti (Google, Facebook, Instagram ecc.): questi big della tecnologia legittimamente sfruttano il mancato aggiornamento della direttiva europea sul commercio elettronico, vecchia di 19 anni e che garantiva la neutralità della rete. Con il web 2.0, però, 15 anni fa cambiò tutto, perché ogni singolo utente da allora è in grado di rilanciare senza limiti qualsiasi contenuto. La domanda è: se i dischi non esistono quasi più, se i giornali di carta si vendono sempre meno, chi deve pagare per quei milioni di contenuti messi a disposizione del pubblico gratuitamente? Secondo l’Ue deve farlo chi veicola e fornisce quei contenuti (Youtube per esempio è in grado di riconoscere il 95% dei contenuti che ospita) e che su quel business produce migliaia di miliardi di dollari in pubblicità profilata, cioè i motori di ricerca e i social network (che oggi a Wall Street sono le società più ricche al mondo e della storia del capitalismo). Tutto qui. La Direttiva al voto di Strasburgo chiede solo che questi fornitori di servizi facciano o favoriscano accordi con autori, editori, produttori, per garantir loro la giusta remunerazione e cioè la libertà di creare, di esprimere, di informare.
Nessuna forma di controllo né di censura, spariti dal testo originario sottolineano alla Commissione Ue. Semmai l’obiettivo è proprio l’opposto: mantenere il pluralismo attraverso l’indipendenza economica della libera impresa.

Alessandro Galimberti

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