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Copie, pronto il Dm sull’equo compenso tra le polemiche

Annunciato venerdì scorso dal ministro dei Beni e delle attività culturali e turistiche, Dario Franceschini, il decreto sull’equo compenso per copia privata attende ora la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Se il tema del provvedimento è chiaro – applicare una “ritenuta” sul prezzo di tutti i device digitali, sul presupposto che ognuno di essi sarà utilizzato per scaricare contenuti coperti da diritto d’autore – resta ancora da definire il “quantum” dell’intervento del governo, considerato che il Mibact ha anticipato, per ora, solo alcune tariffe. Così l’aggravio per uno smartphone (costo che comunque il consumatore non vede, in assenza di una legge che ne preveda l’emersione obbligatoria) dovrebbe salire da 0,90 euro a 3; per un tablet invece da 1,90 fino a 4,80 euro in relazione alla potenza della memoria; fino ai 5,20 euro per i personal computer. Secondo un rapporto internazionale (Thuiskopie), il gettito pro–capite medio in Italia per l’equo compenso è di 1,38 euro, quindi in valore assoluto circa 85 milioni di euro, in linea con i paesi dell’area Ue, compresi nella forbice tra Francia (2,96 euro a testa) e Germania (0,37). Ed è infatti una Direttiva europea (29/2001) la fonte da cui origina la normativa italiana (decreto legislativo 68/2003) che impone l’aggiornamento dell’equo compenso a cadenza triennale. L’ultima revisione, tuttora in vigore, risale però al 2009, con un ritardo ormai di due anni e mezzo sulla tabella di marcia.
L’annunciata approvazione del Dm ha rinfocolato polemiche e divisioni che ormai caratterizzano il dibattito sulla tutela del diritto d’autore in epoca digitale. Da un lato la Siae, Confindustria cultura oltre ad autori, cantanti, produttori e registi più o meno famosi che hanno salutato l’annuncio come momento di rilancio per la cultura italiana. Dall’altro le associazioni delle imprese di tecnologia – tra cui Confindustria digitale – e i difensori dell’economia digitale che contestano, se non il presupposto, quantomeno la crescita del contributo in un momento di profonda trasformazione delle stesse abitudini del consumatore. Secondo una rilevazione dello scorso gennaio (Quorum/Youtrend) solo il 13,5% dei possessori di device ormai «duplica» o scarica una copia privata (film, musica, etc) preferendo piuttosto il collegamento streaming (cioè senza “registrare” i file). «Di fronte a questi chiari trend – dice Enzo Catania, presidente di Confindustria digitale – sarebbe normale attendersi una riduzione dell’equo compenso. Agire al contrario significa invece avallare forme di sussidio da un’industria a un’altra».

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