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Copiare l’inedito è plagio

Copiare un inedito è plagio. Il diritto d’autore, infatti, “copre” anche l’opera non pubblicata, in quanto creazione letteraria e artistica, oggetto di tutela – quale bene immateriale – indipendentemente dal fatto che costituisca una «sorgente di utilità». A precisarlo, è la Cassazione, sezione prima civile, con sentenza 18037/2012.
Protagonista della vicenda un appassionato di fatti bellici, il quale ha racchiuso in un saggio i racconti di guerra di un noto comandante arricchiti con le sue personali esperienze e ha consegnato il manoscritto a un editore. In attesa dell’uscita sul mercato del libro, però, lo scrittore è venuto a conoscenza dell’avvenuta pubblicazione di un’altra opera, pressoché identica alla sua. Di qui la citazione per plagio, con chiamata in giudizio del presunto autore, nonché della casa editrice che aveva messo in commercio il volume.
Il tribunale ha respinto la domanda, ma la Corte d’appello ha ribaltato il verdetto, affermando che il plagio c’era stato. Secondo la Corte, infatti, è stata provata sia l’anteriorità temporale dell’inedito, sia la conoscenza dello stesso da parte del convenuto che – letto il testo originale e apportate alcune modifiche – lo ha pubblicato a suo nome. Al vero autore, dunque – costretto a bloccare la stampa dell’elaborato – è stato riconosciuto un risarcimento sia per il danno morale, sia per quello patrimoniale, per la mancata uscita dell’opera.
Ma la lite non si è spenta e il caso è arrivato in Cassazione. Il plagio, ha puntualizzato la difesa, non si può ravvisare nei confronti di un testo mai pubblicato, e dunque non qualificabile come «opera» protetta dall’articolo 185 della legge sul diritto d’autore, 633/41. Ma la Cassazione non concorda e rigetta il ricorso. Il fine della legge sul diritto d’autore – spiegano i giudici – non è quello di salvaguardare l’autore-produttore, o l’editore, nella loro pretesa di trarre profitto dal commercio dell’opera. Tanto che l’articolo 2575 del Codice civile tutela i prodotti d’ingegno di carattere creativo, letterario, musicale o di altro genere, qualunque «ne sia il modo o forma di espressione». Oggetto del diritto d’autore, dunque, è il «bene immateriale» inteso come messaggio personale lanciato dal suo ideatore, a prescindere dalla circostanza che possa, o no, costituire una «sorgente di utilità».
Occorre quindi distinguere la protezione che le norme accordano alla creazione come frutto del pensiero del suo autore, da quella collegata all’edizione dell’opera e al conseguente sfruttamento economico dei diritti connessi alle vendite. In altre parole, anche l’inedito – in quanto connotato dai requisiti della soggettività e della «concretezza di espressione» riconducibili al suo autore – si può ritenere, a tutti gli effetti, come un’opera meritevole di tutela giuridica. L’articolo 185 della legge speciale, pertanto, deve essere letto come semplice norma di organizzazione che, nell’assicurare protezione alle opere pubblicate, non «esclude affatto», si legge nella sentenza, la possibilità di tutelare anche quelle inedite, purché dotate dei caratteri tipici di un progetto creativo. Nessuno scudo normativo, dunque, solo per quelle idee, intuizioni embrionali e di immaginazione, che ancora necessitano di un’elaborazione «tipicamente autoriale» e dell’integrazione con ulteriori elementi, atti a trasformarle in espressioni di fantasia, legalmente tutelabili.
Questa soggettività connotava l’inedito al centro del caso esaminato dalla Cassazione, leso nella sua dimensione creativa dall’operato del ricorrente, colpevole di aver impresso alla sua pubblicazione «il medesimo taglio e impostazione» di un manoscritto già esistente, mascherandone le affinità con l’uso di «varianti verbali». È alla luce di questi rilievi che la Cassazione, cristallizzando il diritto dell’effettivo autore dell’opera a rivendicare con successo la paternità del manoscritto, condanna il ricorrente a risarcirlo sia dei danni morali, sia di quelli patrimoniali per il forzato stop alla pubblicazione.

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