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«Coperti i dati reali. L’intervento pubblico? Giusto, ma tardivo»

«Tutto l’establishment ha mentito sullo stato di salute delle banche: banchieri, vigilanti, politica. Così abbiamo perso anni di possibile ripresa economica. L’intervento dello Stato andava fatto prima». Un banchiere di lungo corso come Roberto Mazzotta, 76 anni, una doppia carriera tra politica — vicesegretario della Dc — e banche — dai vertici di Cariplo a Imi, quindi di Bpm, che ha lasciato solida, e adesso di Mediocredito Italiano (Intesa Sanpaolo) — sa di poter parlare chiaro e in modo spiazzante.

Che effetto le fa rivedere lo Stato azionista di una banca?

«Parto da un presupposto: nei Paesi europei che hanno conosciuto recessioni lunghe e violente, o in Usa, è stato inevitabile che ci fossero forti disagi e indebolimenti per gli intermediari bancari. Di fronte a questo, l’atteggiamento più corretto, intelligente e tempestivo è stato quello americano, che ha operato un ingresso a tappeto di capitale pubblico nelle banche. Questo ha consentito di ricapitalizzarle, di tranquillizzare i mercati, di salvaguardare gli interessi di correntisti e risparmiatori. Lo Stato ha ristrutturato pesantemente, cambiato i banchieri che non funzionavano, risanato gli istituti e poi è rientrato dei soldi investiti guadagnandoci. E l’economia è ripartita tre anni prima, anche perché le banche continuavano a erogare credito».

Noi non l’abbiamo fatto.

«Per varie ragioni abbiamo mantenuto un sistema bancario estremamente appesantito dai crediti in sofferenza. Con 380 mila imprese artigianali e industriali fallite in Italia abbiamo avuto un cambio strutturale dell’economia; in un sistema bancocentrico come l’Italia le difficoltà sono diventate perdite che le banche hanno rifiutato di esporre, con responsabilità delle autorità che hanno avallato questa posizione. Hanno detto bugie».

La responsabilità è della vigilanza? Di Banca d’Italia?

«È universale. È degli operatori bancari perché hanno nascosto una verità che invece non andava nascosta, nella speranza che la crisi passasse. Ma la crisi non era congiunturale ma strutturale. Quindi hanno sbagliato per errori tecnici, ma anche per comodità».

E le autorità invece?

«Gli organi di vigilanza non hanno sufficientemente difeso la realtà dei fatti. E credo ci sia stata una paura politica: come poteva dire che bisognava creare nuovo debito pubblico per salvare le banche? Sia il mondo politico sia quello tecnico non sono stati tempestivi nel realizzare l’operazione di vigoroso e rigoroso risanamento, annunciando che quello che c’era era a posto».

Ma c’era la paura che con l’intervento pubblico sarebbe arrivata la Troika…

«Con tutto il rispetto, il sistema produttivo italiano non è né l’Irlanda né la Spagna né il Portogallo. Loro hanno utilizzato l’intervento europeo che ti mette sotto il vigilante esterno. A mio avviso l’Italia ha mezzi, strutture e possibilità per fare operazioni di quel tipo senza abdicare agli elementi di indipendenza. Bisogna solo non avere timore del giudizio. Se si ritarda a fare le cose serie, si perde solo tempo».

E la situazione si aggrava.

«Per anni c’è stato un vero credit crunch, le banche non prestavano soldi. Ma lo facevano perché non avevano coefficienti patrimoniali veri».

Dunque adesso il governo fa bene a intervenire su Mps.

«È l’unica cosa che deve fare. Mi spiace che lo faccia quando sono scappati decine di migliaia di depositanti. Perché non prima, così Mps stava tranquilla? La banca vende fiducia, se la si perde il danno è incommensurabile. Per questo gli interventi vanno fatti, duri e subito».

Fabrizio Massaro

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